Incontri è la rubrica che raccoglie le migliori interviste realizzate dal Cisbit, diretta dal dott. Marcello Manuali.

Nostro intento è quello di gettare, attraverso le parole degli attori intervistati, uno sguardo sul teatro contemporaneo.

Allo stesso tempo, le testimonianze raccolte nei nostri archivi sono una preziosa fonte di sapere teatrale, che la direzione artistica del Centro Internazionale Studi di Biomeccanica Teatrale ha voluto fortemente rendere nota.

Ci auguriamo che la nostra rubrica possa incontrare un sempre maggior favore.

•  La lista completa
Prossimamente lallalala.
C.I.S.Bi.T.

Centro Internazionale Studi di Biomeccanica Teatrale
Sara Sole Notarbartolo
di Marcello Manuali
(
Spello, Teatro Subasio, 15 dicembre 2006.)

Come nasce 'O mare?

    Nasce, come tutti i miei spettacoli, da un testo. Questo era un testo un po' difficile, nel senso che io scrivo sempre per la scena, non riesco a scrivere per il cassetto. Scrivendo, mi rendevo conto che era impossibile trovare a Napoli, in poco tempo, un attore argentino, uno albanese, uno napoletano sì, ma già il veneto era difficile, e un'attrice sordomuta. Ci sono stati, però, degli incontri che possiamo definire magici, e tutto questo è avvenuto in un posto che è il DAMM, un centro sociale bellissimo, dicono che sia il più bello d'Europa. Io lì provavo un altro spettacolo e, salendo per i piani, vedevo questi artisti che, al tempo, lavoravano e vivevano lì. Quindi guardali una volta, conoscili un'altra volta, ad un certo punto li ho invitati, ma per caso, perché tre di loro sono artisti di strada, quindi una grande forza, una grande direzione verso la libertà, verso il caso, il teatro che è un pochino più regolare, l'abbiamo dovuto mettere un passo alla volta. È iniziato tutto con questa mia proposta di lavorare, il martedì mattina, in un laboratorio di teatro, e piano piano vedevo quanto era forte questa cosa che stava uscendo. La cosa che mi ha colpito, allora, e che mi ha fatto capire che bisognava andare avanti è che, in genere, quando si lavora con un gruppo di attori, si fatica molto a far uscire l'energia, e invece qui era il contrario, io dovevo riuscire a limare le potenze, perché loro sono abituati a delle piazze enormi, a pubblici enormi, quindi dovevo cercare di contenere tutta questa forza che avevano e armonizzarla assieme seguendo la storia.
    Io li ho trovati, io li avevo scritti e li ho incontrati. Questo non te lo so spiegare razionalmente, è stata fortuna. Avevano quelle facce, anche Elena, la ragazza che non parla, era così, era una napoletana, aveva gli occhi verdi, e io avevo già un vestitino, piccolino, bianco, che a me non andava. L'ho guardata, l'ho invitata alle prove, glielo ho portato, lei l'ha indossato, ed è stata Elena. È nato tutto così, come se fosse già stato lì, e io l'avessi incontrato.
    In questa storia ci sono due versanti, il versante teatrale, poetico, e il versante sociale. Io faccio teatro civile, ho incontrato queste persone che vengono da situazioni molto particolari e, adesso che le stanno risolvendo, sono più determinate a portare avanti il discorso del teatro civile. Teatro civile inteso in un modo particolare. Noi stiamo cercando di creare una certa fruibilità di un teatro che sia piacevole, che sia appassionante, che sia forte ma che, al contempo, passi dei messaggi. Abbiamo aperto dei punti, all'interno del testo, e lì abbiamo messo dei pezzi, che vengono dalla cronaca, dalla controinformazione che si viene a conoscere nei centri sociali, che viene dalla legge Bossi-Fini. Abbiamo fatto anche un piccolo gioco, un gioco dentro il gioco, ci sono molte cose che diciamo in questo spettacolo, alcune sono false, altre sono vere, e non si sa quale è quella vera e quale quella falsa. Chi conosce un poco di queste situazioni, dei CPT, della legge, lo sa. Uno dei motivi, ad esempio, per cui si può essere allontanati dall'Italia per la legge Bossi-Fini è la libertà sessuale. Che cos'è? Non lo sappiamo. Non lo sa nessuno. Abbiamo chiesto ad avvocati, ad amici. La risposta che ci hanno dato è questa, è soltanto una di quelle clausole che, se proprio sei onesto, sei a posto ma non gli piaci, allora con questo ti fanno fuori. Il testo è pieno di questi piccoli messaggi.
    Quello a cui teniamo è, come diceva Pasolini, che non bisogna mai chiudersi nessuna cattedrale e lavorare a tutti i livelli. Il primo debutto di questo spettacolo lo abbiamo fatto nella sacrestia della chiesa di un paesino di duecento anime, dove abbiamo fatto le prove, e il nostro pubblico era un pubblico di persone che stavano lì, anziani, bambini, contadini. È stato bellissimo, loro seguivano tutta la storia, non sapevano niente della Bossi-Fini, dei centri di permanenza temporanea, però si divertivano, seguivano la scena, i bambini prendevano le parti, volevano picchiare il cattivo della storia. Questa è la soddisfazione più grande. C'era veramente una grande attenzione. Chi sta dall'altro lato lavora su vari livelli, e prende tutte le fasce. Io credo allora che il teatro ha questa responsabilità, lavorare su vari livelli, non atteggiarsi, come si dice a Napoli, a grandi intellettuali, però prendere quel poco che si sa e spaccarlo in quattro, in otto, e andarlo a dividere, farlo sorridere, farlo fiorire e regalarlo con generosità a chiunque. Che poi lo spettacolo piaccia o non piaccia va bene, però noi il nostro lavoro di donare lo stiamo facendo.

    Questo spettacolo si arricchisce degli attori e gli attori si arricchiscono fra di loro, c'è questo interscambio di esperienze. Si può dire che lo spettacolo cresce con gli attori e gli attori crescono con lo spettacolo?

    Sicuramente la forza di questo spettacolo, come di ogni spettacolo, è nelle sue parti. Questo è un buon coro. Molto spesso, visto che i ragazzi sono bravi, ci viene detto: “Ma voi siete così, naturalmente”. Vi assicuro che non è così, loro non ammazzerebbero mai nessuno, non vivono sotto i ponti, sono persone perbene, sane, risolte. Loro hanno questa forza, ecco cos'è. A volte è capitato di arrivare in un teatro e di essere trattati un po' male, ci vedono con questi costumi stracciati, la scenografia che è una cassetta del latte, e ci prendono sottogamba. Loro non mettono in scena loro stessi, hanno lavorato tantissimo, sono due anni che lavorano a questa cosa, la fanno talmente bene da sembrare soltanto una parte spontanea della storia. Invece no, avevano quelle energie là. Quello che si può dire è che loro hanno l'esperienza, come ce l'hanno un po' tutti quelli che vengono dai centri sociali, “io faccio arte di strada”, come nel loro caso, “però debbo scappare”. Lo spettacolo racconta di questo, di una compagnia di artisti che fa spettacoli, fa musica, però deve scappare perché non ha i permessi di soggiorno. Questo è vero, però l'abbiamo messo in scena tecnicamente, attorialmente. Sicuramente per loro è più forte parlare di questa cosa, la sentono di più, un paio di volte siamo anche dovuti scappare, letteralmente. Hanno questa esperienza, la sentono, ne soffrono, si arrabbiano. Quella rabbia è vera. Questo non vuol dire che li abbiamo presi così dall'albero.

    Proviamo a gettare un po' di luce sui protagonisti di questo spettacolo, sui personaggi, quelli che poi lo spettatore si troverà di fronte questa sera...

    I personaggi sono costruiti come un'ipotetica rosa dei venti, il nord, il sud, l'est, l'ovest. Il nord è un nord italiano ed è rappresentato dal Veneto, questo ragazzo, questo signor Simò, che è l'intelligenza, è quella crudeltà intelligente. Il sud è l'Argentina, è la cosa più meridionale che ho trovato, ed è questa ricca povertà, un personaggio, questo di Samir, molto poetico, che rappresenta un po' il popolo, quello che accetta la violenza e tutto perché ha una paura incredibile. L'est è rappresentato da Tadzio, albanese, rappresenta la forza della rivoluzione, si dice sempre 'la rivoluzione viene da est, il sole sorge a est', rappresenta la rivoluzione bloccata, anche se pronta. Poi c'è l'occidente, il nostro occidente, questo Viciè, che in qualche modo è il protagonista della storia. Viciè è presentato al pubblico come un personaggio antipatico, negativo, violento, urla, tiene la sua donna legata con una corda, minaccia di morte il suo miglior amico, Simò. Tutto inizia con questo funerale che lui sta facendo al suo miglior amico, prima di ucciderlo, per abituarsi all'idea, lui è così, è un carnale, deve assaporare tutto.
    Il centro di questa rosa dei venti è Elena, questa donna che non parla, non sente. Lei è il punto di equilibrio ed è la compagna, non si sa perché, del capo. Il capo, che ha molta paura, il nostro occidente, la tiene legata con la corda. Lei ha l'ambiguità delle donne,  ha la finta debolezza delle donne. A volte, vedendola, si può pensare che stiamo inquadrando la figura femminile come una figura debole, invece no, il mio è un atto di accusa, verso tutte quelle donne che approfittano un po', specie quelle italiane, quelle delle città, che hanno professioni e non hanno problemi seri, della condizione di femminilità della donna per dichiararsi deboli, sconfitte. Non a caso si chiama Elena, è lei la causa della guerra. È un accusa sottile a questo tipo di femminilità, quella che seduce, che attacca, che resta in silenzio da dietro, fa la vittima e nel frattempo scoppiano tutte le guerre. È un dito puntato, perché alla fine lei è quella che si salva da tutto, quella che in qualche modo è il più forte di tutti. È anche più debole perché, mentre tutti gli altri personaggi devono scappare, chi viene dal sud, chi viene dall'est, lei non si sa da dove viene. Questo è un problema ancora più grosso perché gli altri non la possono accusare di niente, quindi la possono accusare di tutto, per questo è il personaggio di equilibrio. Perché non stiamo dicendo è pericoloso essere albanese, è pericoloso essere italiano, stiamo dicendo, con lei, con Elena, è pericoloso essere legati ad un territorio, così come essere apolidi, perché comunque è la paura dello straniero in assoluto, qualunque sia lo straniero. 
Microteatro © 2007 | Link utili| Mappa del sito | Login/Logout | Privacy - Termini Uso