Incontri è la rubrica che raccoglie le migliori interviste realizzate dal Cisbit, diretta dal dott. Marcello Manuali.

Nostro intento è quello di gettare, attraverso le parole degli attori intervistati, uno sguardo sul teatro contemporaneo.

Allo stesso tempo, le testimonianze raccolte nei nostri archivi sono una preziosa fonte di sapere teatrale, che la direzione artistica del Centro Internazionale Studi di Biomeccanica Teatrale ha voluto fortemente rendere nota.

Ci auguriamo che la nostra rubrica possa incontrare un sempre maggior favore.

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Prossimamente lallalala.
C.I.S.Bi.T.

Centro Internazionale Studi di Biomeccanica Teatrale
Paolo Poli
di Marcello Manuali
(Perugia, Teatro Marlocchi, 10 novembre 2004)


Non è la prima volta che lei lavora, dal punto di vista della drammaturgia, con la letteratura...

Mi sono sempre attaccato alla letteratura che, come delle lunghe braccia, aiuta un uomo nella sua piccolezza ad arrivare più lontano. Chi non ha fatto mai il «voyage au tour de ma chambre»? Certo, si può stare anche rinchiusi nel proprio cervello, schizofrenicamente parlando. Però il libro ti porta più in là, il libro ti costringe a visualizzare quello che è scritto con pochi caratteri bianchi e neri. Io, da bambino, avrò avuto 8 anni, mi sono trovato fra le mani un libro pornografico; non capivo nulla, però mi sforzavo di arrivare in fondo perché mi pareva ci fosse un tesoro nascosto anche lì. E mia madre, che mi sorprese con questo libro, non me lo levò dalle mani, perché sapeva, essendo montessoriana, che il male e il bene sono aggrovigliati, e che anche da una cosa sbagliata si può trarre un grande insegnamento e un grande bene. Da sempre, da quando ho incominciato a fare degli spettacoli di testa mia, ho preso letteratura alta o bassa, ma tutta è bella, perché già Benedetto Croce (il quale però sceglieva fra poesia e non poesia) sapeva che è tutta letteratura.

Come nasce l’idea di prendere il romanzo di Wilder Il ponte di San Luis Rey e di metterlo in scena?

La riduzione è fare una dolce violenza ad un romanzo. Il romanzo si distende nell’analisi; il teatro si rapprende nella sintesi. Sono due operazioni completamente diverse. Mentre, che so, Margherita Gautier nella vita si sarà incontrata venti volte con Armand, sulla scena invece si incontrano e si innamorano; il secondo atto è il malinteso, il terzo atto è la morte. I tempi sono ristretti. Così, nel teatro, io non posso far morire una persona in quindici giorni. La persona, come dice: «Ohi ohi ohi che male al ginocchio!», poi, d’un colpo, muore. Dice: «oh! tetano fulminante!». E poi anche perché i tempi sono più raccorciati: il tempo è mentale, quando aspetti l’autobus pare che non arrivi mai e che passino le ore, e invece sono trenta secondi tra una corsa e l’altra. Anche i tempi di ascolto del pubblico si sono fatti sempre più stretti. Qui avevo una storia semplice, facile: le biografie dei cinque malcapitati che cadono dal ponte di S. Luigi di Francia. Siamo in un Perù di fantasia, siamo in un Settecento di fantasia, e invece i contenuti sono novecenteschi, perché c’è una monaca femminista, una monaca che oggi si darebbe al volontariato, una volta si diceva alle opere di misericordia. Intorno ai cinque malcapitati, girano tanti altri personaggi che formano una specie di società. Io me ne sono ritagliati un paio, il direttore del teatro e la monaca dell’ospedale. Poi vicino a me ho Ludovica Modugno che interpreta l’attrice (nel film di Renoir La carrozza d’oro era Anna Magnani); poi ho un caratterista, Mauro Marino, che fa la marchesa avara e ubriacona, e poi fa il cardinale. E poi tanti altri attori che fanno i loro doppioni, una volta col naso di cartone, una volta col naso vero.

Questa è stata un po’ una sorpresa, anche piacevole. Siamo abituati a vederla in scena fare tutti i personaggi del testo che rappresenta. Questa volta, invece, sembra quasi che lei si sia riservato più un ruolo da regista e da drammaturgo che da attore...

No, il fatto è che comincio ad invecchiare. Ho preso due persone valide e le lascio che facciano la loro scena. Io mi sono ritagliato un mio angoletto e via. Non ho fatto sempre tutti i personaggi, io; quando sono venuto qui l’ultima volta con Caterina de’ Medici, facevo Caterina e basta. Poi avevo degli attori giovani, perché costano un po’ meno (scusi se vado sull’infimo, però io devo produrre uno spettacolo che sembri fastoso e devo fare le nozze con i fichi secchi, non posso avere miliardi a scialare, bisogna fare i conti con il budget, come si dice adesso).

Emanuele Luzzati, Santuzza Calì: la cifra dello spettacolo, dei suoi spettacoli è quella...

Certo, perché mi sono trovato bene e allora perché cambiare i collaboratori...

Ha ragione. Questo spettacolo mi sembra, però, più colorato degli altri, più ricco anche da un punto di vista dell’immagine...

In quello precedente, Jacques il fatalista, avevo tante robe, avevo più scene, perché avevo degli attori meno di vaglia e allora dovevan dire poche frasi, bisognava che fossero veloci le scene. Oltre le 14 scenografie avevo fatto dei siparietti, e allora ogni tanto una canzoncina brevissima, un ballettino, un salterello, perché i miei attori non reggevano un pezzo lungo in cui bisogna variare sia la voce che le intenzioni. Anche questa volta non sono seduto sul titolo, anche perché dovrei fare il ponte e il ponte è lungo e difficile. Qui faccio la monaca che dall’inizio si fa le domande morali, invece del frate che è nel romanzo...

Un po’ il narratore...

E’ il frate che dice: «Iddio punisce i cattivi o premia i buoni, quando qualcuno muore?» Allora fa le cinque biografie.

Ha già un’idea per il prossimo spettacolo?

Ho fatto quattro recite di questo, ne dovrò fare quattrocento, poi le dirò...

Magari aveva già un’idea...

Macché, è sempre la disperazione. Tutto si può pensare; poi, però, quando vai all’atto pratico, fra il dire e il fare c’è di mezzo il mare. Certo, in scena l’acqua è un po’ più complicato farla vedere, anche se ora invece piacciono gli spettacoli dove c’è tutto carbone che crolla, sabbia che sprizza, oppure docce, donne nude che se la lavano. Queste sono delle novità che invecchiano subito, però: le vere sorprese, i veri miracoli sono nascosti, non ci si rende conto, ma sono delle piccole variazioni. Quante donne cattive si è visto nella letteratura? Dopo la signora Bovary, sa quante ce n’è: Carmen, Colomba, Anna Karenina, tutte le perfide che, però, hanno fascino: Lucia Mondella è ancora là che lava i panni nel lago di Como, mentre Pinocchio ci ha portato in giro per il mondo con la sua birichinata.
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