Incontri è la rubrica che raccoglie le migliori interviste realizzate dal Cisbit, diretta dal dott. Marcello Manuali.

Nostro intento è quello di gettare, attraverso le parole degli attori intervistati, uno sguardo sul teatro contemporaneo.

Allo stesso tempo, le testimonianze raccolte nei nostri archivi sono una preziosa fonte di sapere teatrale, che la direzione artistica del Centro Internazionale Studi di Biomeccanica Teatrale ha voluto fortemente rendere nota.

Ci auguriamo che la nostra rubrica possa incontrare un sempre maggior favore.

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Prossimamente lallalala.
C.I.S.Bi.T.

Centro Internazionale Studi di Biomeccanica Teatrale
Glauco Mauri
di Marcello Manuali
(
Perugia, Teatro Morlacchi, aprile 2007)

Uno dei modi per provare a raccontare questo spettacolo potrebbe essere quello di partire da una frase di Dostoevskij, frase che lei mette nelle note di regia: “L'uomo è un mistero difficile da risolvere, io voglio cercare di comprendere questo mistero perché voglio essere un uomo”.

    Questa è una frase che mi ha accompagnato, sin dall'inizio, nel mio lavoro, pazzesco, quasi impossibile, di riduzione del romanzo. Alla base di tutto il nostro spettacolo c'è proprio questo concetto, questa idea, questa aspirazione, questo sentimento, che l'uomo deve cercare sempre di comprendere l'uomo. È un pensiero di Dostoevskij che io sento mio, profondamente. Oltre a questa, anche un'altra frase di Dostoevskij, che non appartiene a Delitto e castigo ma a I fratelli Karamazov, una frase di Dmitri e che io poi ho inserito nello spettacolo: “Il diavolo e Dio sono sempre in lotta fra di loro, e il loro campo di battaglia è il cuore degli uomini”. La lotta che l'uomo deve continuamente sopportare, tra il bene e il male, induce Dostoevskij ad un senso di comprensione verso la fatica che questa misteriosa creatura, questo impasto di bene e di male, di fango e di luce che è l'uomo, deve compiere.

    Come si è avvicinato a questo romanzo, così sterminato, proprio nella proiezione di portarlo in scena?

    Dostoevskij è stato uno di quegli autori che mi ha formato come uomo, sin dalla mia giovinezza. Erano anni che giravo intorno all'idea di fare uno spettacolo su Delitto e castigo.  C'è una lettera che Dostoevskij scrisse nel '65, un anno prima di pubblicare il romanzo. Lui si trovava allora a Wiesbaden, una città termale tedesca, con un casinò importante, una città molto pericolosa per un giocatore come Dostoevskij. Aveva perso tutto al gioco, al tempo e, in alcune lettere a Turgenev, scrive che erano due mesi che restava lì come prigioniero perché non gli davano più da mangiare, non gli pulivano più i vestiti, aveva impegnato perfino l'orologio, e faceva passeggiate molto brevi per non mettere in subbuglio il suo intestino. Per uscire da questa situazione, l'unico modo per uno scrittore come lui era quello di farsi pubblicare qualcosa. C'è una lettera, che lui scrive a Katkov, il direttore del giornale Il messaggero russo, nella quale dice di aver iniziato a scrivere un lungo racconto, la storia di un ex studente che uccide una vecchia usuraia, e di starlo rielaborando (la cellula da cui poi sortirà il romanzo), e definendolo, alla fine, come il resoconto psicologico di un delitto. Ecco, io sono partito proprio da questa idea, ho focalizzato tutto il lavoro sulla cellula da cui era nato tutto il romanzo. Mi sono concentrato su Raskol'nikov, l'assassino, su Porfirij, il giudice, che cerca attraverso una via laica di convincerlo a costituirsi, e su Sonja, che cerca, invece, di far pentire del suo delitto Raskol'nikov attraverso la via della fede e dell'amore.

    Sembra infatti, questo spettacolo, quasi un unico grande duetto fra Raskol'nikov e Porfirij, interessante anche perché Raskol'nikov è giocato tutto su toni molto spenti, con una direzione diciamo diritta, mentre invece il suo personaggio, quello di Porfirij, varia molto di più, è quasi a colori, inizia in un modo e poi procede per altro...

    Alla base dell'interpretazione di Raskolnikov c'è il castigo, che ha inizio immediatamente subito dopo il delitto, questo senso di angoscia, di incapacità a capire esattamente le cose. Il personaggio di Porfiri è un personaggio strepitoso, da come ha intuito Dostoevskij. Lui dice sempre 'sono un buffone, un uomo grasso che ballonzola attraverso la camera', però è l'unico, in realtà, a intuire che Raskol'nikov è l'assassino. Appena lo ha conosciuto gli dice: “Voi credete in Dio?” “Sì”. “E alla resurrezione di Lazzaro?” “Perché mi fa questa domanda?”, risponde Raskol'nikov. È una domanda molto misteriosa, Porfiri aveva intuito subito che forse lui era il colpevole, che forse per lui ci sarebbe stata una resurrezione, tanto è vero che quando Raskol'nikov va a trovare la povera Sonja, vede un vangelo e le dice: “Leggimi il capitolo di Lazzaro”. Porfirij è certamente un personaggio più giocato, in questo senso, perché alla fine si dimostra come questo personaggio così grottesco, così pieno di tic, così apparentemente buffone, invece dentro ha un'umanità grandissima. Porfirij cerca di convincere Raskol'nikov, attraverso un ragionamento laico, di aver commesso un grande, inutile errore, perché l'uomo non può far del male all'uomo.

    Lei e Roberto Sturno fate ditta, come si diceva una volta, da tantissimo...

    Sono esattamente 27 anni che, con Sturno, abbiamo questa compagnia e non abbiamo mai avuto un capocomico, è sempre stata una compagnia gestita da due attori.

    Questa presenza reciproca durante il lavoro, in scena, da parte sua verso Sturno e viceversa, è un valore in più che lei sente, in senso ampio?

    Senz'altro. C'è ormai, una tale capacità di comprensione, dal punto di vista artistico, oltre che da quello umano (per me Roberto è come se fosse mio figlio, mio fratello...), e questo aiuta, perché siamo più agili nel trovare soluzioni, e aiuta anche perché entrambi, con grande schiettezza, sincerità e generosità, cerchiamo di aiutarci.

    Come se fosse un attore diviso in due che ogni volta si ritrova...

    È come se fossero due attori che diventano quattro.

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