Incontri è la rubrica che raccoglie le migliori interviste realizzate dal Cisbit, diretta dal dott. Marcello Manuali.

Nostro intento è quello di gettare, attraverso le parole degli attori intervistati, uno sguardo sul teatro contemporaneo.

Allo stesso tempo, le testimonianze raccolte nei nostri archivi sono una preziosa fonte di sapere teatrale, che la direzione artistica del Centro Internazionale Studi di Biomeccanica Teatrale ha voluto fortemente rendere nota.

Ci auguriamo che la nostra rubrica possa incontrare un sempre maggior favore.

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Prossimamente lallalala.
C.I.S.Bi.T.

Centro Internazionale Studi di Biomeccanica Teatrale
Giulio Bosetti
di Marcello Manuali
(Gubbio, Teatro Comunale, 25 novembre 2003)


Ieri sera ho visto lo spettacolo al Comunale di Narni. Mi è sembrato un’edizione de Il berretto a sonagli dissimile da quelle che siamo abituati a conoscere, più interiore, più intima, anche come tipo di recitazione. Lei di questo spettacolo, poi, cura anche la regia..

Ho cercato di farne uno spettacolo che avesse valore universale, che non fosse troppo legato a un mondo paesano, dialettale. Questo testo è nato come testo in siciliano, quando fu scritto da Pirandello per Angelo Musco, e in seguito molti attori lo hanno fatto in maniera straordinaria. Però si sentiva molto quest’atmosfera siciliana, di un piccolo paese con queste motivazioni legate, appunto, al luogo. Io penso che questo testo, pur avendo una vicenda che parte dalla Sicilia, abbia un valore universale e si possa toglierlo da quell’involucro da bozzetto drammatico. Ecco perché ho fatto anche una scenografia chiusa, senza finestre, ricordando un famoso saggio di Macchia, La stanza della tortura, legato appunto alle opere di Pirandello, in cui i personaggi si scontrano in solitudine in questo luogo chiuso che è una specie di fossa dei serpenti. Si parla molto di pazzia e la pazzia aleggia tra i personaggi, aleggia anche nello spettacolo.

E’ una scena in cui domina il grigio, in cui ci sono luci abbastanza basse, non piene...

Sono luci d’atmosfera perché è un’atmosfera molto sinistra, anche se il testo può svelare tante volte qualche momento ironico, divertente, di grande umorismo. Però la vicenda è molto crudele. In più c’è, da parte di Pirandello, di mostrar il tentativo di una donna di liberarsi da quelle che sono le catene in cui la società dell’epoca tenevano la donna e questo fatto della donna che è schiava, perché l’uomo è il padrone, è un fatto che non è finito, perché nel mondo le cose vanno ancora a questa maniera in molti luoghi. Parliamo addirittura dei talebani, delle donne sotto il velo; in questo senso Pirandello, ante litteram, era un femminista. Anche questa è una cosa importante del testo.

In questo mi sembra che aiuti molto il lavoro sugli attori, sulla recitazione: ho trovato quasi un asciugamento, una pulitura di certi eccessi a favore di una lucidità, di una pulizia del testo di Pirandello...

Io, quando metto in scena un testo, mi baso sull’autore. Pirandello, fortunatamente, è un autore che scrive nella nostra lingua, non stiamo a recitare una traduzione. Pirandello è un autore che ci dà degli spartiti addirittura, perché la punteggiatura di Pirandello è già un’indicazione su come recitare, è straordinaria: ci sono le virgole, i punti e virgola, le lineette, le parentesi. Tutto questo, se uno conosce l’autore e lo intuisce nel suo profondo, è un’indicazione su come recitarlo. C’è come una musicalità: il testo di Pirandello, anche se scritto in prosa, è un testo in versi, perché ha una sua ritmica, e questa va rispettata al cento per cento. Io, nella messa in scena, tengo conto di questo, cercando di avvicinare gli attori alla loro psicologia di personaggi, però li carico anche della responsabilità di dire delle battute che non possono essere minimamente turbate da piccoli interventi, anche da respiri sbagliati. Questa è la cosa fondamentale per cui danno a questo nostro spettacolo un’idea di un grande concerto in prosa.
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