Incontri è la rubrica che raccoglie le migliori interviste realizzate dal Cisbit, diretta dal dott. Marcello Manuali.

Nostro intento è quello di gettare, attraverso le parole degli attori intervistati, uno sguardo sul teatro contemporaneo.

Allo stesso tempo, le testimonianze raccolte nei nostri archivi sono una preziosa fonte di sapere teatrale, che la direzione artistica del Centro Internazionale Studi di Biomeccanica Teatrale ha voluto fortemente rendere nota.

Ci auguriamo che la nostra rubrica possa incontrare un sempre maggior favore.

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C.I.S.Bi.T.

Centro Internazionale Studi di Biomeccanica Teatrale
Giuliana Musso
di Marcello Manuali
(
Spello, Teatro Subasio, 16 marzo 2007.)
A me poche volte è capitato di vedere un teatro ridere così, di gusto, liberamente, e poi, magari, finite le risate, sentire l'amaro in bocca, sentire come una chiusura allo stomaco. C'è una schizofrenia, in questo spettacolo, un doppio piano di lettura, che mi è sembrata la cosa più bella e viva.

    È il teatro che piace a me, che mi piace vedere, quello in cui la vita è rappresentata in tutte le sue sfumature. Non ho mai pensato che il teatro comico, il teatro popolare fosse un teatro che, per necessità di cose, dovesse escludere anche la drammaticità, la riflessione. A me viene facile farlo così.

    Questo suo viaggio nel mondo della prostituzione, questo suo sguardo sia sulla donna che sull'uomo, sul cliente, come è nato?

    È nato dalla voglia di capire qualcosa di più, in generale, sulla nostra sessualità, partendo dall'idea che noi sappiamo veramente poco, cresciamo con delle idee, dei modelli, con dei condizionamenti che ci stringono molto nell'espressione sessuale, felice, e condizionano molto anche i nostri rapporti. A 30 anni suonati volevo un po' ripartire da zero, capire un po' di cose. Ho fatto una ricerca, ho ascoltato tante persone, poi sono incappata nel fenomeno del sesso commerciale come epifenomeno, come punta di un iceberg, come il visibile di un disagio che invece è di tutti noi. Quando dico “disagio” non intendo colpevolizzare il consumo del sesso commerciale, non è nelle mie intenzioni, non è quello che penso. Parlo di “disagio” quando penso a una sessualità molto costretta, molto “stretta”, nel vero senso della parola, a dei modelli che poi non ci danno tutta questa soddisfazione, questa felicità. E quando dico “noi” intendo tutti noi. È chiaro che il cliente è il maschio, ma siamo tutti noi, donne e uomini, che insieme costruiamo quel meccanismo (da questo anche la scelta del titolo, Sexmachine) complesso che ci porta, poi, ad avere tutto questo bisogno di sesso illecito, di sesso nascosto, di sesso degradato.

    Infatti non si sente il giudizio durante lo spettacolo, anzi, la cosa che mi ha colpito è che in ogni storia, anche in quelle più degradate, vengono fuori l'umanità, la bellezza, della persona, comunque...

    Ma sì, perché io di certo non ho ravanato nello scabroso, non sono andata a cercare storie di violenza o di abuso, perché questa non era la mia volontà. Io so benissimo che, in Italia, la prostituzione oggi interseca fortemente la violenza, lo sfruttamento, la tratta degli umani. Non ho voluto parlare di questo per non distrarre dal tema che, invece, ci appartiene in prima persona. La gente che viene a vedere gli spettacoli di teatro non appartiene alla categoria delle prostitute, né a quella degli sfruttatori, o degli abusati. Noi tutti siamo i clienti, siamo quelli che si approcciano in un modo che, per me, è molto convenzionale, rispetto alla sessualità. Quindi, tornando al discorso dei personaggi, io dico che anche in Vittorio, per esempio, che è sicuramente un erotomane, un uomo che ha scelto di vivere la propria sessualità principalmente in questo modo, cioè pagando prestazioni sessuali, io vedo una grande ragionevolezza, una lucidità, rispetto alla propria condizione. Con questo non voglio dire che lui sia felice, ma forse felice non lo è neanche la signora Monica, che di sicuro non è un cliente, ma è la madre, la moglie, che possiamo incontrare spesso nella nostra vita di tutti i giorni e che, però, anche lei ha la sua crepa, la sua sessualità molto, per certi modi, repressa, infelice. Ho voluto trattare così i miei personaggi. Forse, oggi, quello che non mi serve è un nemico, è un carnefice, non mi serve portare in scena qualcosa che è altro da me.

    Lei dà voce a tutti, in questo spettacolo, e a volte questo suo trasmigrare da un corpo maschile ad un corpo femminile è veramente incredibile, a volte si ha l'impressione di avere di fronte un uomo e non un'attrice che è un uomo.

    Io vengo da un percorso che ho sempre cercato di costruire su di me, teatralmente parlando, con questo tipo di spazi, sul palco. Io ho sempre fatto personaggi di commedia, e personaggi maschili. Ho voluto darmi questa possibilità che, nella vita, una donna difficilmente ha, anche il modello femminile è molto rigido, molto stretto. Io sono una donna, mi sento una donna, ho un compagno, una bambina, mi sento veramente fortunata. Quando sul palco porto questi personaggi maschili mi sento me stessa e trovo, al contempo, che per tante donne e anche per certi uomini vedere una donna che, sul palco, impersona così facilmente i maschi è liberatorio per tutti. “Accipicchia, ma allora non siamo così diversi, non siamo così distanti! Allora forse le donne possono essere un po' uomo senza tradirsi, gli uomini possono essere un po' donna senza diventare automaticamente omosessuali o essere bollati come checche, e le donne non devono essere per forza sempre imbustate in questo modello femminile schiacciante”. A me dà molta soddisfazione fare gli uomini sul palco, mi diverte e spero di avere l'opportunità di farlo ancora.

    Cosa porta dentro di sé da questa esperienza, anche in fase di scrittura?

    Quando ho fatto tutto il percorso di ricerca, prima di scrivere il testo, ho imparato tante cose. Sulla sessualità in generale, secondo me, circolano strane idee. Io non ho mai buttato in vita mia dei libri, nella spazzatura. Una volta l'ho fatto. Mi ricordo di aver buttato un manuale di sesso, anche molto famoso, e un romanzetto che fece scalpore, molto osé, molto giovanil-erotico. Quando l'ho fatto, l'ho fatto proprio perché mi sembrava che questa cultura, questa volontà di esporre il sesso al livello della pratica, del 'si fa così o si fa colà, questa è la posizione, questa è la cosa, e più ne parliamo così più siamo emancipati, più siamo avanti', sia un grosso equivoco, che si porta dietro anche un rischio. Noi usciamo fuori da una cultura cattolica in cui tutto è peccato, tutto è nero, tutto è sporco, il sesso è sporco perché è peccato. Ma con questo tipo di manualetti, di divulgazione della sessualità, non è che se ne esce. Il risultato che si va a creare è lo stesso. Un adolescente che legge un libro del genere, secondo me, non capisce niente, perché quando tu prendi la sessualità e ne parli, tenendola completamente avulsa dal rapporto, dallo scambio, che cosa stai facendo? Allora ho preso il libro e l'ho buttato nella spazzatura, e lo stesso ho fatto con questo romanzetto. Già lì avevo fatto un percorso mio, ero andata a cercarmi tutte queste informazioni per capire che, alla fine, puoi anche sapere le cento posizioni del Kamasutra ma se non sai che cosa ti fa felice quando sei insieme ad una persona, perché è nello scambio, nel discorso a due che trovi la felicità, allora questa è una battaglia persa.
    L'altra cosa folgorante è stata, per me, l'incontro con la Carla Corso, che è stata una delle fondatrici del comitato per i diritti civili delle prostitute. Grazie a lei ho capito che una donna, matura, consapevole, intelligente, può scegliere di fare quel mestiere e lo può fare con una certa soddisfazione, nella vita. Questa per me è stata una grossa scoperta. Ovviamente all'interno di rapporti paritari, cioè là dove ho una donna che è una cittadina italiana, che è indipendente, che è autonoma, di fronte a un cliente che è suo pari, lì si gioca una partita di potere alla pari. E questo per una che è cresciuta dalle suore non è stato un brutto risultato.



 
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