Incontri è la rubrica che raccoglie le migliori interviste realizzate dal Cisbit, diretta dal dott. Marcello Manuali.

Nostro intento è quello di gettare, attraverso le parole degli attori intervistati, uno sguardo sul teatro contemporaneo.

Allo stesso tempo, le testimonianze raccolte nei nostri archivi sono una preziosa fonte di sapere teatrale, che la direzione artistica del Centro Internazionale Studi di Biomeccanica Teatrale ha voluto fortemente rendere nota.

Ci auguriamo che la nostra rubrica possa incontrare un sempre maggior favore.

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Prossimamente lallalala.
C.I.S.Bi.T.

Centro Internazionale Studi di Biomeccanica Teatrale
Eros Pagni
di Marcello Manuali
(Perugia, Teatro Marlocchi, 24 febbraio 2007)

Vorrei che lei mi parlasse un po’ del suo primo approccio con il personaggio di Willy Loman, se, cioè, ci sono stati dei segnali o dei varchi che lei ha incontrato e, attraverso i quali, ha lavorato poi sul personaggio...Il primo contatto con Willy Loman risale al 1956, quando io ero uno degli esaminandi per il concorso dell’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica a Roma. Un collega stava preparando questa scena d’audizione per l’Accademia, con precisione era la scena finale tra Biff e Willy Loman, e lui faceva la parte del figlio. Cercava, in poche parole, un collega che gli facesse da interlocutore, che lo aiutasse a leggere la parte del padre. Io non conoscevo allora il testo, avevo diciassette anni; lo lessi, così, in una mezz’ora; mi resi conto di che cos’era, grosso modo, questo personaggio; naturalmente non era il mio esame ma era il suo, feci questo esame, lo aiutai, lessi la parte di Willy Loman e, nel leggere la parte di Willy Loman, gli esaminatori (allora Raul Radice, Sergio Tofano, Orazio Costa, Wanda Capodaglio, Ione Morino), dissero “probabilmente anche lei deve fare l’esame”, io risposi “sì, lo devo fare anch’io”, e loro aggiunsero “ma a questo punto forse è inutile”. Questo è stato il mio primo incontro con Willy Loman. Poi dimenticai completamente il personaggio.
Su indicazione di Mario Chiocchio, il quale voleva mettere in scena Morte di un commesso viaggiatore, ripresi il testo. È inutile dire che mi affascinò, per la profondità, per i sentimenti che scaturiscono da una personalità estremamente complessa come quella di Willy Loman: un uomo che ha vissuto di illusioni, un uomo che ha vissuto di cose non suffragate da effettiva realtà, momenti dell’animo che, in qualche modo, mi dicevo, mi sono detto, ognuno di noi attraversa. Io credo che un testo come questo potrà essere rappresentato ancora tra duecento anni e sarà sempre valido, perché i motivi che propone, le situazioni esistenziali che propone si verificheranno senz’altro anche allora. Chi è che non sogna per i propri figli una splendida carriera? Chi è che non sogna per se stesso successo nel proprio lavoro? Sono tutte domande che anche l’uomo di oggi, l’uomo moderno, si pone. Quello che fa pensare ancora, in Willy Loman, è che si tratta di un personaggio che nasce, si colloca in un periodo storico abbastanza particolare. Siamo nell’America del maccartismo, nell’America della caccia alle streghe, in un’America dove non si usa ancora la parola consumismo, dove non è ancora nata la catena di montaggio. Sta per nascere la catena di montaggio. Il grande economista americano Galbraith disse “costruiamo il frigorifero, ma costruiamolo per tutti”. Willy Loman, con le sue due piccole valigie, con otto, dieci campioni di calze, non regge più, non ce la fa più. Non ce la fa più e la vita lo sta trattando male, perché dopo trentacinque anni in cui ha viaggiato, sobbarcandosi migliaia di chilometri, per illustrare questo prodotto, nei posti più sperduti dell’America... C’è una battuta molto bella che dice “quando lui andava al nord la ditta Wagner, ditta nella quale lui lavora, non si sognava nemmeno dove era il nord, alla ditta Wagner non sapevano nemmeno al nord che cosa fosse e che cosa facesse e cosa fabbricasse”. Lui, dopo trentacinque anni, pensava che una piccola gratifica, che costituisse anche un certo tipo di tranquillità per i pochi anni che gli rimanevano da vivere, fosse cosa di normale amministrazione. Non è stato così. Viene liquidato dalla ditta, viene licenziato e improvvisamente si sgretolano, si disfano tutti i sogni di quest’uomo il quale vede, nella piccola assicurazione che aveva stipulato trent’anni prima sulla vita, vede l’unica salvezza per i figli e per la sua famiglia e per i debiti che deve pagare. In che cosa? Nel suicidio, come ultima risorsa. Un uomo di grande coraggio, di grande consapevolezza, di grande spessore umano, che non può non affascinare.
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