Incontri è la rubrica che raccoglie le migliori interviste realizzate dal Cisbit, diretta dal dott. Marcello Manuali.

Nostro intento è quello di gettare, attraverso le parole degli attori intervistati, uno sguardo sul teatro contemporaneo.

Allo stesso tempo, le testimonianze raccolte nei nostri archivi sono una preziosa fonte di sapere teatrale, che la direzione artistica del Centro Internazionale Studi di Biomeccanica Teatrale ha voluto fortemente rendere nota.

Ci auguriamo che la nostra rubrica possa incontrare un sempre maggior favore.

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Prossimamente lallalala.
C.I.S.Bi.T.

Centro Internazionale Studi di Biomeccanica Teatrale
Alessandro Gassman
di Marcello Manuali
(Perugia, Teatro Morlacchi, 12 febbraio 2008)


Vorrei partire dall'ultimo, da una cosa che non fa parte dello spettacolo, o forse sì, da quella frase che viene proiettata, proprio a fine di spettacolo...

    Quella è la seconda valenza del nostro spettacolo. Come ha avuto modo di vedere, questo è uno spettacolo che, grazie alla scrittura di Reginald Rose e, mi auguro, anche al mio lavoro di regista, riesce a tenere inchiodato il pubblico per un periodo abbastanza lungo, è uno spettacolo non breve, con una scrittura di giallo giudiziario molto abile, molto singolare, che mette in risalto tutte le tipologie umane che vengono presentate dall'autore. Mi interessava, però, che la valenza sociale del testo di Rose, un testo che parla di pena di morte ma che non si schiera apertamente, che dà soltanto uno sguardo su quelle che sono le varie reazioni umane nei confronti della pena di morte, fosse presente nel mio spettacolo. Ho chiesto, quindi, ad Amnesty International, che ha accettato, con grande energia, di patrocinarlo; però volevo che Amnesty fosse presente anche all'interno dello spettacolo, e allora ho pensato bene di inserire una frase, di loro scelta, scelta da Riccardo Anuri, che chiarificasse la mia posizione, in quanto regista, nei confronti della pena di morte. Io sono contrario alla pena di morte, lo sarò sempre, e sono fermamente convinto che sia la scelta giusta e sono pronto a discuterne. Lo spettacolo è fatto, in gran parte, per questo motivo.

    Fra l'altro, in questo momento di moratoria della pena di morte all'Onu, è uno spettacolo che risulta molto presente, da questo punto di vista...

    Sì, io credo che il coinvolgimento che il pubblico sta dimostrando nei confronti di questo spettacolo sia dovuto soprattutto a questo. Si rendono conto che sì, hanno assistito ad uno spettacolo ambientato nel 1957, negli Stati Uniti, ma che la situazione è quella, è ancora quella e, anzi, spettri e fantasmi di razzismo latente, di pregiudizio sfacciatamente presente nella nostra società sono sempre più vivi. Credo che sia arrivato il momento di reagire con fermezza, e reagire vuol dire seminare una bella quantità di ragionevole dubbio in chi la pensa diversamente da me.
    
    Come è arrivato al testo di Rose, nel suo percorso di regista?

    Io leggo moltissimo, testi di teatro. Dopo la mia prima regia, che era uno spettacolo completamente diverso, un testo di Thomas Bernhardt, grottesco, surreale, onirico, volevo cimentarmi sul realismo, sull'iperrealismo, come definisco questo spettacolo, e fare qualche cosa che andasse oltre i consolidati manierismi teatrali del nostro teatro, che è un po' stantio, un po' vecchio, un po' ammuffito, a mio modo di vedere. Volevo fare uno spettacolo con una quarta parete molto presente, dimenticarmi della presenza del pubblico, mettere in scena il testo come se fosse un film, fregarmene se gli attori stanno frontali, in luce, quando parlano, dando la possibilità, insomma, al pubblico di seguire, come avviene nella vita, i discorsi non necessariamente solo di chi è frontale o in luce, ma anche di chi, in quel momento, è in movimento. Il gioco è stato questo. Ho avuto la fortuna di incontrare undici attori straordinari, motivati sull'idea sociale dello spettacolo. Molte persone, e questo mi fa molto piacere, mi dicono “ma è molto strano, perché è il primo spettacolo che fate insieme e, tuttavia, sembra che lavorate insieme da molto tempo”. In realtà, anche a noi dà questa sensazione, sembra di conoscerci da molto tempo, andiamo ormai veramente in automatico ed è un gran divertimento tutte le sere in scena, perché ci possiamo permettere di perfezionare, di raffinare, di cercare nuove strade. Quello che stiamo cercando è di levare quanto più possibile dall'interpretazione di questo spettacolo, per arrivare proprio al nocciolo. Quando la gente avrà chiara la sensazione di osservare dodici uomini attraverso il buco di una serratura, quella sarà la nostra più grande soddisfazione.

    Il gruppo è molto unito, lo si è visto anche nei saluti finali. Difficile vederrne di così carichi, così grintosi...

    Io ho scelto di fare degli applausi di questo tipo, applausi dentro i personaggi fino a un certo punto. Essendo tutti e dodici sempre in scena e avendo montato lo spettacolo in questo modo, non lasciando cioè mai nessuno coperto, essendo sempre tutti completamente in primo piano, è uno spettacolo molto faticoso, dispendioso dal punto di vista della concentrazione. Si ha voglia, alla fine, di uscire da questa gabbia nella quale i personaggi si vengono a trovare. Sia io che gli attori abbiamo sentito chiara la necessità di avere degli applausi, alla fine, che fossero liberatori, che fossero chiarificatori della nostra contentezza di lavorare insieme, della nostra energia. Abbiamo fatto un lavoro di gruppo che, a mio modo di vedere, è molto tempo che non si faceva in Italia. In una critica, mi sembra a Bolzano, ho letto “sembra una cooperativa di attori degli anni Settanta” e questo è un grandissimo complimento. Io ammiravo molto quel tipo di teatro lì. Noi non siamo ancora arrivati a vivere in comune, a cucinarci i pasti insieme, però, insomma, l'idea è un po' quella.
    
    Dodici personalità, dodici personaggi, dodici caratteri, dodici vite. Per un regista è un lavoro che, in prospettiva, dà molte soddisfazioni...

    Da quando ho iniziato a fare anche il regista dei miei spettacoli, provo più soddisfazione per gli applausi presi dagli altri attori che non per quelli che ricevo io in quanto attore. La senti, veramente, come una tua creatura. Come il pittore che osserva da dietro un angolo, senza essere visto, una persona che guarda il suo quadro, come il musicista che, in macchina, sente qualcuno che ascolta la sua canzone. È una soddisfazione enorme.
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