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Paolo Ferrari

Incontro con:

PAOLO FERRARI
di Marcello Manuali



Gubbio, Teatro Comunale, 6 novembre 2005

Io credo che quando si parla di sentimenti, a qualunque livello, di qualunque tipo, purché siano sentimenti, uno ha già fatto i tre quarti del proprio lavoro: potrà cambiare il modo di recitare, potrà cambiare il gusto del pubblico, ma i sentimenti rimarranno universali, e se uno riesce a raggiungerli, a provarli in prima persona come attore, a trasmetterli giù in platea, questo non sarà mai smentito, funzionerà sempre e comunque.
Tabucchi ha dato vita, in Sostiene Pereira, ad un personaggio che avrebbe potuto benissimo scrivere domani, tale è l’attualità che coinvolge la storia e il personaggio di Pereira. Pereira è un vecchio giornalista, per sua natura introverso, solitario, schivo e che, come accade spesso alle persone anziane, quando ha bisogno di dire, di esprimere ad alta voce quello che si sente dentro, si ritrova a farlo parlando con il ritratto della moglie, morta da tempo. Pereira si ritrova a vivere in una città, Lisbona, e in un’epoca, il Portogallo della dittatura salazarista del ’38, in cui accadono cose sconvolgenti dal punto di vista politico, sociale, ma di cui lui non vuole sentir parlare, non vuole interessarsi. Dice Pereira: «io mi occupo di cultura, non sono un cronista, io dirigo una pagina culturale di un giornale, traduco racconti dell’Ottocento francese, no, la politica non mi interessa». Gli avvenimenti che gli accadranno intorno, piano piano lo metteranno in condizione di rendersi conto che non si può tenere la testa nascosta nella sabbia, non si può fare come gli struzzi. Anche per Pereira verrà il momento in cui anche questo vecchio prenderà coscienza, alzerà la testa e, per la prima volta in vita sua, prenderà violentemente posizione, denunciando in un articolo e firmandolo (lui che non si era mai firmato, da quando aveva lasciato la cronaca nera) l’assassinio del giovane Monteiro Rossi, e questo anche a prezzo di dover abbandonare Lisbona, la sua città. La lezione che ci arriva dal testo di Tabucchi è questa: prendiamo coscienza del mondo in cui viviamo e ognuno faccia la propria parte. Pereira è costretto ad andarsene, a fuggire, ma portando con sé la forza di aver ritrovato una coscienza sociale. Se, oggi come oggi, questo accadesse in noi tutti, probabilmente faremmo tutti un grosso passo avanti. Purtroppo siamo ancora abituati a dire «la colpa è sempre degli altri, guarda in che condizioni viviamo, guarda come ci riducono, come ci costringono». Noi diciamo sempre «guarda cos’hanno fatto» e non «guarda cos’abbiamo fatto». Noi siamo tutti pedine di questa grande scacchiera, è inutile far finta di non essere responsabili. Ognuno, nel proprio piccolo o nel proprio grande, è partecipe, è responsabile. Bisogna smantellare il discorso «sì, le cose vanno male, ma tanto io che posso farci, io non conto niente, io non posso certo cambiare il mondo». Nel momento in cui uno, due, dieci, cento, mille affermassero «non lo cambierò, d’accordo, ma voglio provarci comunque», qualcosa succederebbe. Un po’ come fa Pereira.
Uno spettacolo come Sostiene Pereira, a mio avviso, dovrebbe avere ospitalità in tutti i teatri d’Italia, a cominciare da quelli più piccoli; dovrebbe essere fatto per le scuole, poter arrivare ai giovani. Purtroppo succede che, ad oggi, Sostiene Pereira abbia una vita di due mesi, due mesi e mezzo e che ci si senta rispondere (nonostante le critiche, dal debutto estivo di Borgio Verezzi in poi, siano state più che favorevoli) «vedremo, forse la prossima stagione, forse...». Forse è la paura che può fare uno spettacolo che mette la gente in condizione di pensare. Certo, quando si stabilisce che il teatro è un genere voluttuario e solo quello, si è su una discesa pericolosissima. Pessimisticamente, allora, non rimane che augurarsi che le cose vadano sempre peggio, perché poi, ad un certo punto, bisognerà pur ricominciare. 



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