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Paola Cortellesi & Massimiliano Bruno

Incontro con:


Paola Cortellesi & Massimiliano Bruno
di
Marcello Manuali



(Perugia, Teatro Morlacchi, 8 novembre 2003)


Ancora un attimo potrebbe avere come sottotitolo «la anormalità fatta regola». E se Roberto e Beatrice fossero loro al posto giusto, e non ciò che li circonda?

MB A mio parere la ricerca della normalità, in questo momento storico, è una cosa che viene spontanea a persone che normali non sono. I due personaggi della commedia sono un malato di cleptomania e una donna che ha problemi di narcolessia. Sono due persone che sono un po’ emarginate, due border-line che vivono ai margini della società e che riescono ad aiutarsi reciprocamente proprio attraverso degli stereotipi, attraverso uno schema di vita normale, un po’ quello che hanno o che sognano alcune piccole famiglie italiane, e cioè il cinema con il bambino, il concerto da vedere insieme canticchiando le canzoni, l’andare a cena fuori.

In effetti la società li giudica in maniera come al di fuori, come personaggi sbagliati. Vedendo lo spettacolo, però, si ha quest’impressione di una giustezza dei personaggi, di una loro umanità. Come se poi, in effetti, potesse essere, per un paradosso, il loro modo di essere il vero modo di essere e non quello che la società vuole da loro...

MB E’ esattamente così. Il loro modo di essere è il loro essere spontanei. Questo viene, poi, centrato come un fattore comune. Spesso uno si chiede, tuttavia: le persone normali, quelle che vengono da famiglie sane, dove non ci sono genitori separati, dove si è avuta la fortuna di avere genitori vivi fino a che non si è diventati grandi... spesso, in alcune di queste famiglie, troviamo delle «degenerazioni comportamentali» che portano un po’ ad un’infelicità; il ricercare qualcosa al di fuori, sempre più fuori, sempre più fuori, e quindi evitare di centrarsi su sé stessi, e magari annotare le piccole cose. Il personaggio di Paola, nello spettacolo, ad un certo punto assaggia del vino, neanche granché, del vino scadente e lo apprezza come se avesse assaggiato del Brunello di Montalcino. Lei e Roberto sono persone che apprezzano le piccole cose. Credo che questo sia un po’ un rimedio per cercare, non dico la felicità, ma almeno un po’ di serenità.

PC Io credo che il tema portante di questo spettacolo sia l’amore. Probabilmente questi due personaggi, dovendo occuparsi di altre urgenze nella vita (legate alla terapia, al fatto di dover superare certi problemi che effettivamente hanno e che li rendono diversi dagli altri), trovano in una cosa semplice e bella come l’amore la soluzione dei loro problemi o, comunque, qualcosa che li sollevi da questo. Magari persone che la normalità la danno per acquisita, per il fatto di non avere problemi, entrano in altri meccanismi, e lì allora il discorso di coppia si fa più complicato.

E’ la loro debolezza che li rende forti, quindi...

PC Sì, in qualche modo sì.

Che cosa ha regalato il personaggio di Beatrice a Paola Cortellesi e che cosa, invece, Paola Cortellesi ha portato in dote a Beatrice?

PC Beatrice soffre di amnesia e ogni volta che ha queste amnesie deve ripartire da zero, con una nuova educazione e la nuova educazione che le viene fornita dai vari terapeuti, a seconda dei casi, la rende una persona diversa, le forgia un carattere ogni volta nuovo. E’ divertente, per un attore che interpreta il ruolo, poter passare attraverso le diverse personalità di uno stesso personaggio, poter giocare con il personaggio. Quello che io ho portato al personaggio forse sarebbe più giusto chiederlo al regista, Furio Andreotti.

FA La scrittura di Massimiliano è una scrittura pensata per loro due, sulle doti e i caratteri che hanno loro due. Paola ha una verve, anche nella parte della commedia leggera, molto interessante.

Essere autore e interprete del testo cambia un po’ le carte in tavola?

MB E’ una progettualità differente rispetto a chi fa soltanto l’autore. Quando scrivo penso a me stesso, al rapporto specifico che dovrò avere in scena con Paola e a quello che dovrà avere lei con me. Noi ci conosciamo da anni, so che tempi ha lei, so quanto in là mi posso spingere: con un’attrice come Paola puoi già da testo scrivere delle cose difficili (sapevo che con Paola potevo permettermi di scrivere un personaggio che fosse tre personaggi in uno). Probabilmente, se non l’avessi scritto per lei, non l’avrei scritto. Sapevo di scrivere una cosa per un’attrice che poteva farla, e l’ho fatto con un entusiasmo micidiale. Immaginavo già la Cortellesi che, adesso, fa quella che parla con le parole forbite, in un italiano perfetto, e già mi faceva morire dalle risate, solo in fase di scrittura. La differenza sta nel fatto che ti diverti di più perché poi sai che lo farai tu.

Per un attore fare un testo proprio è come fare un testo di un altro oppure no?

MB Si sta molto più tranquilli...

Non crea una complicazione in più?

MB No, ritengo sia una facilitazione, perché il lavoro che il regista incomincia a fare su di te in realtà continua a farlo su di te, se tu sei autore, in quanto tu hai cominciato a farlo su di te già da prima. Poi arriva il regista e ti fa capire tutte le cose sbagliate che ti eri messo in testa e te ne cambia le metà, giustamente: gli altri ti vedono da fuori, tu ti vedi da dentro, e hanno ragione gli altri, solitamente.

Nel vedere lo spettacolo il pubblico si è molto divertito e commosso. Che sensazione si prova quando si avverte che il pubblico accetta in maniera piena quello che gli si è proposto un attimo prima, quando l’energia che voi trasmettete al pubblico vi viene restituita?

PC E’ il massimo che possa capitare in questo mestiere. E’ continuamente uno scambio, in quell’ora e mezza che dura lo spettacolo, senti continuamente un susseguirsi di emozioni che vanno e vengono e ti ritornano. E’ una spinta forte ad andare avanti in quel momento, al di là del lavoro e di progetti più ampi: in quello stesso momento hai una forte ondata di calore e di emozione che ti spinge ad andare avanti.

Il teatro come coperta di Linus, come ventre materno, come il posto giusto in cui stare. Paola Cortellesi ha dichiarato che il teatro è un po’ la sua casetta protetta, un luogo in cui ama stare...

PC Sì, è il luogo in cui, come struttura, io amo stare; è la mia coperta di Linus, è il ventre materno. Io ho una grande fortuna: lavoro con Furio Andreotti ormai da dieci anni, ai tempi in cui frequentavo una scuola di teatro e, insieme, avevamo formato una piccola compagnia teatrale. Ci lega una grossa amicizia, al di là delle cose che singolarmente ci troviamo a fare oppure no. Questa compagnia, al di là dei percorsi personali dei singoli, si è sempre ritrovata e una volta all’anno usciamo a teatro con una cosa nostra. Questa è un grossa soddisfazione per me, è una palestra, è la casa, è la famiglia.




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