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Mario Scaccia

Incontro con:


Mario Scaccia
di
Marcello Manuali



(Trevi, Teatro Clitunno, 3 dicembre 1998)


Vorrei, prima di tutto, ricordare qui Anita Laurenzi, che avrebbe dovuto interpretare il ruolo di Carlotta accanto a lei...

Attrice sublime, eravamo molto intonati l’una all’altro come stile di recitazione; carissima Anita, con la quale sognavamo di portare in scena questo testo e che, proprio alla vigilia delle prove, è venuta a mancare con mio grande dolore. 

Tornando alla commedia di Celati, Recita dell’attore Vecchiatto nel teatro di Rio Saliceto: prima di avere in mano il copione, lei sapeva dell’esistenza di Vecchiatto, lo aveva conosciuto?

Quando, qualche anno fa, avevo trovato in libreria il libro di Celati e, dopo averlo letto, ne ero rimasto affascinato, ero davvero convinto che questo Vecchiatto fosse realmente esistito, anche se non riuscivo a ricordarne alcunché: nel 1948 io mi trovavo in effetti a Genova, insieme a Bragaglia, con lo Stabile di Venezia, avevo avuto modo di frequentare Baseggio (con il quale sono anche stato in compagnia nel Sogno di una notte d’estate), ma questo attore, che pressappoco avrebbe dovuto avere la mia età, non mi risultava affatto. E’ stato lo stesso Celati a confermarmi che si tratta di un frutto completo della sua fantasia.

Quindi Vecchiatto non è realmente esistito?

No. E’ un personaggio nato dalla fantasia di Celati che, con racconti di vari attori, ha ricostruito questo prototipo di attore errante nel mondo, ne ha costituito una fisionomia che sembra veramente reale (nel suo libro Celati riporta addirittura le critiche che questo attore ha ricevuto nei vari posti in cui è andato a recitare, gli entusiasmi di teatranti che l’hanno conosciuto, di giornalisti che l’hanno praticato; riporta addirittura tutta una serie di sonetti che questo Vecchiatto avrebbe scritto). Quando incontrai Celati gli chiesi se Vecchiatto fosse esistito o meno. Lui mi rispose di no e aggiunse: però lasciamolo nell’ambiguità.

Adesso molte delle domande che avevo preparato hanno evidentemente meno senso, sapendo che è un personaggio di finzione...


E’ il prototipo dell’attore del teatro di parola, dell’attore centro del fatto teatrale: può ricordare un nostro Randone, può ricordare altri grandi attori che noi abbiamo avuto e che io ho conosciuto, un Annibale Ninchi; in un certo senso somiglia molto anche a me, che come lui sono stato in Argentina, in Sud America a recitare.

Una figura di attore comunque singolare, attore oltre che drammaturgo; portavoce di un teatro molto popolare, rielaborato, in situazioni ai limiti della praticabilità. Mi viene da pensare al film di Herzog, Fitzcarraldo, la voce di Caruso che risuona nella foresta amazzonica...

Bellissimo questo riferimento... Le avventure dell’attore Vecchiatto sono l’eco di racconti che io ho ricevuto da attori che, come lui, hanno girato il mondo, hanno praticato un tipo di teatro nel quale si riscrivevano i testi ad uso e consumo della propria compagnia per recitarli, come racconta Celati, in questi teatrini di comunità italiane all’estero. Bisogna rifarsi ai tempi. Io in Argentina, e così pure a Montevideo, ho avuto modo di avvicinare non solo attori non solo italiani ma anche di altri paesi che vivevano questa grande avventura teatrale. 

Giochiamo un po’ con il teatro. Immaginiamo che questa sera Trevi si trasformi in Rio Saliceto e che, all’aprirsi del sipario, dapprima non ci sia nessuno, poi compaia la signora con la sporta, poi il gruppo di giovani irrequieti... Mario Scaccia, al posto di Vecchiatto, come si comporterebbe?

Io mi comporterei come si è comportato Vecchiatto, perché questo personaggio mi somiglia estremamente, io lo sento molto vicino. Anche perché, ripeto, ho un po’ vissuto la sua vita, per grosse linee: non ho avuto le avventure che ha avuto lui, però un po’ ho conosciuto questo mondo di cui lui parla e che oggi non esiste più. Lui ritorna, dopo 45 anni nei quali ha girato il mondo, in un’Italia che non è quella che ha lasciato e nella quale non può ritrovare assolutamente quello che vi ha lasciato e che sperava di ritrovarci. Ora, non solo l’Italia, ma tutto il mondo è cambiato. Ecco, in questo Vecchiatto si differenzia da me, pur somigliandomi molto come costituzione attorale, proprio perché io ho sempre cercato di stare al passo con i tempi. Credo di esser l’attore italiano che più di tutti ha proposto testi moderni: sono stato il primo a fare Jonesco in Italia, ho frequentato Beckett, ho recitato perfino Saul Bellow che nessuno aveva mai recitato, sono stato il primo a mettere in scena Dürrenmatt con Il matrimonio del signor Mississippi. Amo la drammaturgia moderna. E’ una delle ragioni per cui ho scelto questo testo. Io, a mie spese, nel ‘75, ho messo in scena e portato in giro per l’Italia una commedia di Alfio Valdarnini, un giovane autore toscano che, in seguito, non avendo la possibilità di veder realizzati i propri copioni, ha smesso di scrivere per il teatro. Un attore affermato ha l’obbligo di proporre, di aiutare nuovi autori ad uscir fuori. Dai miei colleghi questo non lo vedo fare. Viaggiano sempre sul sicuro.

Il personaggio che un attore preferisce è sempre l’ultimo che interpreta?

Io ricordo tutte le mie interpretazioni come un fatto vitale per me. Guardiamo la storia dei grandi attori del passato. Non è che facessero tante cose. Ripetevano un po’ sempre i loro cavalli di battaglia, ogni tanto tiravano fuori una novità. Mi ricorderò sempre quand’ero ragazzo, mio padre mi diceva: «Ora arriva a Roma Ruggero Ruggeri, ti porterò a vedere Il piccolo santo», ed era una vita che Ruggeri interpretava il testo di Bracco. Questo per dire come non è vero che l’attore interpreti un personaggio e poi lo debba mettere da parte. Riproponendo ogni cinque-sei anni un testo il personaggio è come nuovo, e per me e per il pubblico, perché inconsciamente l’attore interpreta il tempo in cui vive e, anche se io sono in costume del Cinquecento, il tempo in cui vivo esce fuori. Mi ricorderò sempre quando feci Paragone in Come vi piace di Shakespeare: il costumista Luzzati mi aveva fatto un costume che ricordava vagamente un Pierrot, e io mi atteggiavo inconsciamente in posure che richiamavano alla mente Picasso. Il costume di Luzzati mi aveva suggerito questi movimenti e atteggiamenti che io mi ero ritrovato dentro, filtrandoli dalla mia memoria di Picasso. Io mi meraviglio di come attori molto più giovani di me abbiano bruciato tutte le possibilità interpretative, abbiano fatto tutti i più grandi ruoli. Una volta, quando mi domandavano quali sono i personaggi che avrei voluto fare, rispondevo che mi mancava Re Lear, Il misantropo di Molière. Oggi dico: Alceste e re Lear io li vado ripetendo in altri personaggi, inconsciamente entrano in altri personaggi. L’attore porta in scena tutto quello che ha dentro, questo esce fuori anche se non ci penso. Nel fare il Vladimiro di Aspettando Godot venivano fuori dei sentimenti di solitudine, di alta poesia che appartengono forse ad altre opere che io ho interpretato e che lì mi veniva spontaneo riproporre.






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