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Marco Foschi

Incontro con:


MARCO FOSCHI
di
 Marcello Manuali




Perugia, Teatro Morlacchi, 22 gennaio 2005


Vorrei provare a raccontare questo Edoardo II, partendo dal punto di vista di Gaveston, di cui lei è interprete, e da un’annotazione: che lei, oltre a interpretare Gaveston, l’amante di Edoardo, interpreta anche Lightborn, cioè l’assassino del re.

C’è da fare una premessa: e cioè che il vero punto di vista super partes, in qualche modo, è Edoardo. Edoardo organizza intorno a sé una giostra di cui solo lui, forse, è consapevole. Gli altri sono in qualche modo pedine, sono fondamentalmente dei simboli, non hanno una psicologia molto elevata, sono delle funzioni. Se, per esempio, Mortimer rappresenta l’esercito, se Lancaster rappresenta la proprietà terriera, se il vescovo rappresenta la Chiesa, Gaveston in questo caso rappresenta invece quell’elemento sovversivo, anarchico possiamo dire, che è, tra molte virgolette, il teatro, e cioè la possibilità immaginativa dell’uomo. In questo senso Edoardo sceglie Gaveston; Gaveston non sa di essere scelto per questo motivo. Gaveston ha un rapporto privilegiato con il monarca, non si crea neanche troppi problemi, rispetto alla sua condizione. «Perché mi ha chiamato? perché mi ha scelto?» No, lui semplicemente è. Non essendo nobile, essendo gretto anche, però molto libero, da costrizioni sociali, da una serie di cose, si permette anche, tanto, e ha in sé una carica, in qualche modo,... Danilo Nigrelli diceva una cosa giusta, all’inizio delle prove: sembra, questo amore di Edoardo per Gaveston, quasi un po’ l’amore che poteva avere Pasolini per uno di quei ragazzi di borgata, in cui ritrovava quella genuinità, quella verità, quella libertà fuori dai canoni borghesi, quei ragazzi che non erano assolutamente assoggettati ai ruoli sociali, ma che erano liberi di essere ciò che erano. Questo è un po’ Gaveston, in qualche modo. Dotato, in questa circostanza, ancora di più di una funzione realmente scardinante, perché la società che si rappresenta, che è la società di quel periodo, è una società piramidale, fortemente gerarchizzata, dove c’è un capo e sotto, piano piano... Gaveston, ovviamente, non rientra in nessuna di queste categorie piramidali, se non nell’ultima. Mortimer, ad un certo punto, dice: «Sei nato nobile per un pelo». Si può supporre che lui avesse, o da parte di padre o a parte di madre, un legame con la nobiltà. Gaveston, poi, non è neanche inglese, è francese, per cui ancora di più nella corte inglese non dovrebbe entrarci. E’ chiaro che la scelta di un re, per il suo favorito, di qualcuno che non stia nella cerchia dei nobili, mette in discussione completamente quest’ordine gerarchico delle cose. Il problema non è tanto, infatti, che Edoardo abbia un amante, e che quest’amante sia un uomo, perché a loro non gliene frega niente di questo. Il problema è che questo non è un nobile, per cui se uno, venuto su dal niente, riesce a prendere a schiaffi in maniera simbolica i vescovi, i conti, i nobili, vuol dire che la società stessa è in pericolo, perché costruita su questo sistema che deve restare così ab aeternum. E’ la storia della passione di un uomo, Edoardo, che diventa un po’ il simbolo di quello che era il periodo anche europeo della fine Cinquecento, e cioè l’avvento di questo nuovo umanesimo, le scoperte di Galileo, il sistema copernicano, le tesi di Giordano Bruno, la scoperta dell’America; non tanto quella che è già avvenuta quasi un secolo fa, ma la scoperta di popolazioni che esistono da millenni prima di quanto si pensasse che l’uomo esistesse. Per cui, ad esempio, tutte le tesi del Vecchio Testamento, quelle su Adamo il primo uomo della terra, vengono messe completamente in discussione da scoperte che dicono «L’uomo non ha duemila anni, come si pensava allora, ne ha quindicimila». C’è un gran miscuglio in cui la Chiesa fa molta difficoltà a tenere il suo potere temporale e giustamente ci sono degli spiriti liberi in questa Europa che incominciano a dire «Signori, le cose non stanno così come ce le hanno raccontate fino ad oggi. Non è forse più Adamo il primo uomo della terra, non è la terra al centro dell’universo, abbiamo scoperto che è il sole». Edoardo, in qualche modo, impersonifica questa figura di monarca «illuminato». Non ne è neanche così consapevole, non è che sia un filosofo Edoardo, assolutamente. Però è uno che capisce e la prima cosa che fa, infatti, è andare contro un editto che suo padre, il re prima di lui, aveva firmato e cioè «Non fate tornare Gaveston, per nessuna ragione. Gaveston è bandito dal regno», facendolo giurare a tutti i nobili sul suo letto di morte. Suo figlio, Edoardo II, la prima cosa che fa è dire «Gaveston, torna». Per cui già crea questo conflitto tremendo nella corte: «A chi dobbiamo dare retta? Al vecchio re o al nuovo?» In qualche modo lui cerca di riorganizzare, ma neanche in maniera così strutturata, in maniera anche istintiva, una società che non sia più così fissa, immobile, cercando di sconvolgerla. «Vediamo cosa succede». E’ una sua passione. In questa sua passione rientra il fatto che, nella nostra scelta, l’attore che fa Gaveston fa anche l’assassino di Edoardo. Perché, in qualche modo, si chiude il cerchio. Lui pagherà con la morte la sua passione. E’ quello che succede a Edoardo. Anche simbolicamente la sua passione è Gaveston per ciò che Gaveston rappresenta ovviamente, e sarà lo stesso attore a porre fine a questa passione. Per dare questo senso in qualche modo di chiusura di un’esperienza, tanto è vero che, all’inizio dello spettacolo, c’è Edoardo-Danilo che entra, nudo, in scena, è una lunga camminata fino alla bara del padre. Nudo completamente. Si presenta l’uomo, prima ancora del suo ruolo istituzionale. Si presenta l’uomo per quello che è, anche come bandiera, in qualche modo, come manifesto del teatro di Marlowe, che è un teatro dell’umano, per l’uomo. Si presenta e poi prende la corona e si veste e da là comincia tutto il rito. Finirà che lui, alla chiusura del cerchio, non ha più la corona, ed è di nuovo l’uomo nudo che muore e paga per quello che ha fatto.

Latella, come regista, ama lavorare su materiali primitivi, lavora sui suoni, sull’energia, è poco accademico in questo. E questo è un testo che Latella, prima o poi, come sta facendo, avrebbe dovuto mettere in scena. Lo spettatore che tipo di spettacolo si troverà di fronte, da questa prospettiva?

E’ difficile rispondere perché, come sempre, quando fai parte dello spettacolo, non lo hai mai visto da fuori. Credo che ci sia una duplice valenza. C’è una valenza che possiamo capire noi, che lavoriamo insieme da tempo, da anni, in questo gruppo di persone, per cui il senso di continuità, per esempio, che ha questo testo con quello che abbiamo fatto prima lo conosciamo noi. Una continuità che è non solo drammaturgica ma proprio di segno scenico, in questa ricerca di elementi essenziali, primordiali, che accompagnano un nostro filone di lavoro. Questa è più una cosa nostra, che possiamo riscontrare noi. A questo giro penso che il pubblico si rapporti con uno spettacolo, nel senso anche canonico del termine, cosa che non sempre abbiamo fatto (abbiamo fatto operazioni molto stravaganti, da un punto di vista teatrale), uno spettacolo anche molto rigido nelle sue geometrie, essenzialissimo come segni: non ci sono scenografie, abbiamo tutti un costume identico, è una specie di setta che si muove. Credo che questo possa aiutare in qualche modo, perché abbiamo levato gli orpelli, ad individuare qual’è il filo conduttore, che poi fondamentalmente è Edoardo, vita passione e morte di un uomo. Per cui, nonostante le tre ore, nonostante anche la cupezza del tutto, penso che possa essere facilmente veicolabile. Credo che lo spettatore si trovi di fronte ad una cosa abbastanza chiara, pulita e precisa nel segno che vuole dare.

Nella locandina si parla di Edoardo II da Marlowe..

C’è stata un’operazione di adattamento da parte di Latella, il testo non è integrale, è stato ridotto e gli si è dato un taglio. E poi perché è intervenuta una traduzione molto forte, ingente, di Letizia Russo, con cui si è deciso di riscrivere in qualche modo il testo con un linguaggio anche molto gretto, molto rozzo, per restituire l’universo di questi individui. Quando si pensa a Shakespeare, che poi è il più prossimo confronto che si possa fare con Marlowe, tutti, dal suddito al sovrano al giullare al cavaliere, hanno uno squarcio di umanità enorme ciascuno, nel senso che riescono a filosofare sulla vita. Mentre questi personaggi di Marlowe sono molto grezzi, assolutamente sono quello che sono, rappresentano veramente quella che era la società inglese dell’epoca, una massa di ignoranti totali, guerrieri, trogloditi proprio. Gaveston è francese, anche per questo c’è del fascino, viene da una società molto più strutturata di quella inglese, con una storia ben più antica alle spalle di quella inglese. Con una aristocrazia e una corte molto più sofisticata, con una cultura molto più elevata. Mentre loro erano veramente dei contadini, derivanti dalle popolazioni nordiche, vichinghe, che avevano una storia di qualche centinaio d’anni, non di più. E’ con Elisabetta, mentre Marlowe scrive, che c’è il grande cambiamento. Per cui la traduzione è questa gente che sbaglia congiuntivi, è piena di insulti, anche per restituirne la grettitudine.


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