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Lella Costa 2

Incontro con:

Lella Costa
di
Marcello Manuali


(Perugia, Teatro Morlacchi, 5 novembre 2006)


In questo spettacolo c’è una seconda storia, un’altra storia che scorre parallela a quella del personaggio di Lewis Carroll, ed è quella di Federico Nessuno...

Sì, mi fa particolarmente piacere parlarne perché effettivamente è stata una scelta molto pensata. Federico Nessuno è una storia vera, è quella di un ragazzino che si chiamava Friedrich Niemand (la traduzione è nostra). Siccome il viaggio intorno ad Alice è anche il viaggio intorno ad un nome, cioè quello che Alice ha significato per molti, ci sembrava importante (parlo al plurale non per altro, ma perché appunto è un lavoro collettivo in cui sono coinvolti Giorgio Gallione e altri autori) dare anche una storia di un nome che ha un significato molto preciso: un bambino che ha una vicenda drammatica ma che riesce, nonostante tutte queste premesse, a trovare un senso, a dare una conclusione pratica a un progetto di vita; mentre chi, come tanti, si è identificato in Alice, tende magari a fuggire dalla realtà e a non riuscire mai a concretizzare nulla. Ci è sembrato importante raccontare parallelamente le due storie dei due nomi.


Al di là del nome, c’è un rapporto fra questi due esseri umani, nella loro storia?

L’abbiamo voluto trovare noi. C’è questa coincidenza che, nel momento in cui Federico Nessuno assiste allo sterminio della sua famiglia da parte dei nazisti, lui ha sette anni e sei mesi e viene rapito, viene internato; e sette anni e sei mesi è esattamente l’età che ha Alice, l’età che Carroll le attribuisce quando l’accompagna nel paese delle meraviglie, nel mondo attraverso lo specchio. Ed è abbastanza curioso che ci sia questo ritorno del sette e mezzo perché passano poi altri sette anni e sei mesi fino al momento in cui Federico Nessuno viene liberato. Questa doppia coincidenza, questa immagine di due bambini, in periodi così diversi (c’è più o meno un secolo di differenza tra i due), uno assolutamente e drammaticamente reale, l’altra assolutamente immaginaria ma che è comunque tuttora un personaggio di riferimento, una metafora di tante cose, c’è sembrata un’altra coincidenza da non trascurare.

Anche perché poi questa storia apre lo spettacolo, lo chiude, lo attraversa...

Un altro dei temi forti che tocca Alice, e che ho preso nello spettacolo, è questa cosa del tempo: il tempo di Alice che scorre e torna su se stesso, quindi non è un problema, è qualcosa di cui c’è in abbondanza e possiamo giocarci tranquillamente, mentre invece, in una storia come quella di Federico Nessuno, il tempo ha una direzione molto precisa e una preziosità, anche. Il tempo fa parte di un progetto e col tempo il progetto si porta a compimento. Questo mi ha permesso nel finale di provare a dire che forse quello che chi desidera sogna davvero cambiare o lasciare un’impronta nel mondo deve imparare a prendere per mano Federico Nessuno, senza lasciare la mano di Alice. Coniugare la fantasia, la creatività con la concretezza del fare e la capacità di reagire, quindi di essere in ogni caso protagonisti della propria vita e del proprio tempo.

In questo lavoro collettivo, lei da quale punto è partita per cercare di avvicinarsi, di entrare in Alice?

Non essendo Alice un testo teatrale, il difficile è stato trovare un’idea drammaturgica, cioè scegliere quali storie raccontare. Per me è stato quasi naturale, come dire, assumere su di me tutte quelle che sono le caratteristiche che io ritengo assolutamente femminili di Alice, che è un personaggio femminile ma che ha proprio un atteggiamento femminile. Quindi la curiosità, il coraggio, la voglia di buon senso e, contemporaneamente, la fascinazione da parte dell’assurdo e della fantasia. Poi, come sempre mi accade, io sono una che ruba ai suoi collaboratori per poi ricostituire tutto in un linguaggio, in un flusso di linguaggio che però deve passare attraverso di me, proprio per avere questa immediatezza, questa apparente facilità  in scena. In realtà, poi, il lavoro è molto serio, molto profondo, molto studiato, non c’è nulla di improvvisato. I temi che io mi sono presa particolarmente a cuore sono quelli dell’infanzia, con gli aspetti anche lievi e divertenti ma anche con quelli più seri e drammatici, e poi questa relazione con il tempo, perché credo che ci sia una relazione con il tempo particolarmente intensa e particolarmente conflittuale forse proprio da parte delle donne. Soprattutto in questi ultimi anni mi sembra che il tempo sia diventato quasi una sorta di ossessione, il tempo che non basta, il tempo che non è più quello che era, il tempo che ti viene sottratto, che non riesci in nessun modo a domare.

Come si arriva, partendo da Alice, da Lewis Carroll, a virare verso i bambini prostituiti, i bambini soldato, i bambini vittime della guerra?

Il passaggio arduo che abbiamo cercato di fare noi è stato proprio questo, partendo dall’assurdo di Carroll, cioè da un mondo che è un mondo surreale, alla rovescia, un mondo in cui tutto sembra paradossale. Noi abbiamo costituito questa ballata con le cifre del rapporto Unicef sull’infanzia nel mondo, e sono numeri che parlano, in modo anche violento. Però, venendo dal surreale, venendo dall’assurdo, forse queste cifre, prima ancora che addolorare, sorprendono, sconcertano, ti danno l’impressione di vivere appunto in un altro mondo alla rovescia. Questo ci sembrava la chiave possibile. Per carità, probabilmente c’è sempre un po’ di pretestuosità, di forzatura, quando si prende un classico e si prendono degli spunti per l’attualità. Ci è sembrato, tutto sommato, legittimo, proprio perché in Carroll c’è una attenzione quasi spasmodica verso l’infanzia; e, dai tempi di Carroll, apparentemente, il mondo ha compiuto dei passi da gigante, sicuramente anche sostanzialmente li ha compiuti, per quello che riguarda l’infanzia. Però, ahimé, troppo spesso è un lavoro di facciata; difatto poi i bambini ancora oggi nel mondo sono davvero trattati, comprati e venduti, ignorati, usati per cose innominabili. Forse perché per me è un tema particolarmente dolente, particolarmente vivo, ho colto l’occasione per parlarne.

Nello spettacolo lei cita diverse canzoni, su Alice, con Alice, anche se poi non risuonano... C’è ne è una che sente sua particolarmente, che vorrebbe mettere come colonna sonora?

Le musiche dello spettacolo sono tutte di Stefano Bollani, rielaborazioni di altre cose o musiche originali. Ad un certo punto c’è proprio Alice di Tom Waits. Anche perché io ho una mia piccola fissazione, io adoro Tom Waits, e in ogni mio spettacolo io ho sempre messo un pezzo suo, sperando che prima o poi, verificando la provenienza dei suoi diritti d’autore, se ne accorga. Questa però c’entrava, perché Alice è lo spaccato di contemporaneità, è quella che accompagna il monologo della donna che racconta “il mio problema è che appunto io non ho mai un minuto per me”.

 


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