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Lella Costa

Incontro con:

LELLA COSTA

di Marcello Manuali




Perugia, Teatro Morlacchi, 15 marzo 2004


La scelta di due donne, due icone, Maria Callas e Marylin Monroe. Perché?

Sono due icone di vite in qualche modo perse, di ingiustizie subite, di umiliazioni, di un infinito talento per i sentimenti oltre che per la scena sprecato appresso a uomini, a storie sentimentali che le hanno devastate. Credo che incarnino bene questo concetto di «traviata», non appunto nel senso di donna comprata o venduta (un altro tema che si tocca nello spettacolo, ma in un altro modo), ma proprio di donne che in nome dell’amore, dei sentimenti e della follia che questo comporta, si sono veramente perse e hanno subito delle sconfitte pesanti. Credo che sia un elemento che, con diversa gravità e diversa intensità, attraversa la vita di tutte le donne. Poi alcune riescono a gestirlo un po’ meglio, a parare i colpi, a non farsi travolgere; molto spesso e in alcune fasi della vita capita a tutte di essere traviate, portate via da qualcosa di ingestibile, di non arginabile in alcun modo.

Non si vede la donna in questa sua essenza effimera, ma si entra nel profondo. Ecco perché Traviata, l’intelligenza del cuore...

L’intelligenza del cuore, oltre ad essere una bellissima definizione scritta da Alexandre Dumas, che è l’autore de La signora dalle camelie e che è il romanzo a cui più che tutto si ispira questo spettacolo, anche se prende molto dall’opera di Verdi (anche se l’opera serve più a giocare con il linguaggio stesso dell’opera che è straordinariamente pomposo e polveroso ma anche straordinariamente sintetico e folgorante in alcuni momenti). Invece il romanzo ha proprio questo narrare questa storia, questa educazione sentimentale, questo incontro di anime, in cui viene sottolineato questo concetto dell’intelligenza del cuore, che è sicuramente una cosa con cui le donne hanno più dimestichezza, ma che non vuol dire poi necessariamente saper ben governare la propria vita sentimentale: siamo tutte qui a dimostrare il contrario. Forse per fortuna. Così come non vuol dire che gli uomini ne siano privi: credo solo che sia un ambito in cui noi donne, da sempre, più forse per forza che per amore, siamo state un po’ confinate. Abbiamo sviluppato una maggiore dimestichezza con l’intelligenza del cuore, con le ragioni del cuore che la ragione non conosce, con il primato, con la quotidianità dei sentimenti come costante riferimento, come costante paradigma da cui non possiamo prescindere. Forse, finalmente, questa quotidianità, questa dimestichezza riusciamo a condividerle anche con gli uomini. Credo che sia una ricchezza in più per loro.

 
 

Prima Otello, adesso Traviata. Da cosa nasce questo cercare di conoscere le grandi storie da dietro le quinte, dal buco della serratura, non nella loro versione ufficiale?

Nasce da una grande passione per le storie medesime, dalla consapevolezza che forse oggi è praticamente impossibile inventare nuove storie. Credo che qualsiasi possibile combinazione di plot, di trame, di personaggi e di eventi sia stata esplorata, messa in scena, raccontata già da qualcuno. Allora forse è più giusto prendere alcune di queste grandi storie e provare a riraccontarle, con tutta l’umiltà del caso, riconoscendone la grandezza assoluta, pensando anche che forse in qualche modo risiedano nel patrimonio, nella memoria di tutti, ma soprattutto scegliendo un punto di vista a partire dal quale raccontarle, altrimenti sono operazioni inutili. Il punto di vista di questa Traviata è l’attenzione al femminile e la considerazione su quanto il fraintendimento sentimentale, amoroso, ma proprio fraintendimento sui ruoli che si ricoprono nella vita, poi possa portare a perdere e a perdersi affetti e relazioni. In Otello era invece una riflessione sul linguaggio e su come appunto l’uso doloso in qualche modo del linguaggio possa poi portare addirittura a tragedie. La cosa straordinaria è quando si trova in queste storie, in questi testi un’incredibile attualità, non tanto in senso banalmente politico di eventi. Sono storie che ci riguardano, ci raccontano, ci somigliano. Serve ancora raccontare quelle storie lì perché è un modo per riflettere poi sul presente, su quello che ci accade ancora oggi.

C’è già un terzo nome per il prossimo episodio?

Sì, il terzo nome c’è, apparentemente tutto diverso, e questo che sia anche importante perché non credo che si debba più che tanto sfruttare un filone che punta, appunto, al dramma, al melodramma, alla tragedia. E’ Alice, quella nel paese delle meraviglie, e che è anche uno straordinario personaggio femminile ma, anche, un metapersonaggio: Alice è la libertà assoluta, Alice è la fantasia, è anche il trionfo totale e il godimento infinito del linguaggio, anche fine a sé stesso. Ha implicazioni psicanalitiche e simboliche fortissime. La cosa difficile sarà liberarsi da Walt Disney. Sarà anche un po’ una scusa per andare poi a frequentare l’insensatezza, il nonsense, la scarsa presenza di senso nel mondo contemporaneo che ha delle punte molto dolorose e molto gravi ma che ha anche delle punte, ahimé, molto comiche, molto risibili.


 


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