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Studio n°3: Il solito gioco perverso

Studio N°3: Il solito gioco perverso.
Da “Il gabbiano” di A.P. Cechov


Di e con
Francesco Attolico (Dorn) Maria Chiara Autizi (Masa), Milena Giomboni (Polina)
Roberta Marcaccioli (Nina), Marta Neri (Irina),
Roberto Nofrini (Trigorin) Federico Sisani (Kostja)

Direzione e Messinscena
Claudio Massimo Paternò

Lo spettacolo:
L’azione si svolge, nell’arco di una giornata, in una casa di tolleranza, in un tempo non precisato.
Kostja, figlio di Irina, una delle prostitute più in vista della casa, è innamorato di Nina, l’ultima arrivata. Con l’aiuto di Polina (la maitresse) ha organizzato, sotto gli occhi di Masa (figlia di Polina e segretamente innamorata di Kostja), quello che dovrebbe essere il giorno più bello della vita di un uomo: dichiarare i propri sentimenti all’amata e chiederle di sposarlo.
Nonostante l’impegno e l’appoggio morale di Dorn (abituale frequentatore della casa e sempre in burrascoso rapporto con Polina), i piani del protagonista vengono stravolti dall’arrivo del nuovo compagno della madre (Irina), Trigorin, che conosce per caso Nina. Nasce tra i due una fulminea intesa che sfocia in una travolgente ma fugace passione. Tanto basta questo a far comprendere a Nina che la relazione con Kostja non è sufficiente per le proprie aspirazioni e deciderà di abbandonare tutte le proprie certezze per cambiare vita. Questo provocherà una serie di reazioni a catena che sconvolgeranno la vita di tutti gli abitanti della casa.

Nota alla visione:
Lo spettatore non si aspetti di assistere ad uno spettacolo stravagante o al contrario ad uno spettacolo classico. Lo spettatore non assisterà ad una messa in scena ricca di effetti e di colpi di teatro. Gli spettatori dovranno farsi piccoli e spiare la vita quotidiana di un gruppo di persone costretto dalla vita ad incontrarsi e relazionarsi in un luogo specifico. Entreranno in una casa e come in un reality, assisteranno agli avvenimenti di un giorno molto speciale.

Nota di regia:
Perché stravolgere un testo come “Il gabbiano” ed ambientarlo in una casa di tolleranza?
Mi rendo conto che fare questo comporta dei rischi e ancor di più può apparire forzato e fuori dalla logica del testo. Non mi sottrarrò certo alle critiche di chi ama Cechov e le sue opere, che certamente possono e devono esserci.
Ho letto e riletto il testo e per quanto moderno nella sua costruzione drammaturgia, nell’intreccio delle relazioni e nel gioco di piani “alto e basso”, la storia risulta poco attuale e troppo lontana dai giorni nostri.
È stato necessario trovare una nuova ambientazione che potesse essere più vicina a noi, che dovesse essere credibile e spiegare perché un gruppo di persone vive, non apparentemente costretto, in un luogo chiuso, dare l’idea della noia di una certa routin quotidiana (sensazioni, nel testo originale, molto presenti), rendere il luogo una “prigione” e le persone che vi vivono “schiave” delle proprie scelte e in fine ma non ultimo trovare un contesto che dia la possibilità di mostrare l’alto e il basso della condizione umana.
Una casa di tolleranza dava a tutte queste necessità risposte adeguate e mi ha dato la possibilità di sviluppare una drammaturgia parallela al testo di Cechov.
È stato quindi riscritto il testo (anzi il testo è stato ed è ancora improvvisato dagli attori che recitano per tutto lo spettacolo a soggetto) che segue sempre i tipi dei personaggi, l’intreccio di relazioni dell’originale e lo sviluppo drammaturgico, ma che ne rinnova i contenuti rendendoli più snelli, immediati ed essenziali, modifica le trovate sceniche (non c’è più il teatro nel teatro del primo atto de “Il gabbiano” o la tombola dell’ultimo atto), elimina alcuni personaggi, sottolinea molto il senso che il testo di Cechov ha nel mio modo di vedere la realtà: La vita è un gioco perverso di relazioni e quando uno ride l’altro piange e quando uno nasce un altro necessariamente muore.

Nota pedagogica:
n quanto regista e guida di un gruppo, che s’incontra 5 ore la settimana da circa due anni, ho una precisa responsabilità nel lavoro di ricerca tecnica e drammaturgica.
Si è lavorato molto tra il 2008 e il 2009 sullo studio delle possibilità fisiche, sull’azione, sull’organizzazione e gestione dello spazio per arrivare allo studio del movimento e postura di un personaggio. Nel giugno del 2009 abbiamo presentato un primo studio frutto di un mero lavoro di montaggio di testi scritti dai singoli attori a tema libero.
Da settembre 2009 abbiamo continuato il lavoro, riferendoci più specificatamente ad un testo (Il gabbiano di Cechov) e abbiamo sviluppato un lungo studio sulle relazioni tra gli attori prima e tra i personaggi dopo.
A gennaio 2010 abbiamo cominciato ad affrontare un altro capito, il testo. Abbiamo letto “Il Gabbiano” abbiamo capito quali fossero gli obiettivi dei protagonisti e cosa fosse importante sottolineare del loro carattere. Abbiamo lavorato sullo “status” che ha il singolo personaggio e l’evoluzione che esso ha nell’arco dell’intera sua vita scenica.
Altro passaggio è stato la messinscena: si è deciso di costruire una struttura scenica molto precisa, con una partitura di azioni “quotidiane” chiare che esprimessero lo stato d’animo dei protagonisti di ogni scena. Si sono scelti oggetti metafora che potessero ampliare la percezione degli obiettivi e dello “status” di ognuno.
Per quanto riguarda il testo, fin dall’inizio si è improvvisato a soggetto, focalizzando i giusti termini e il modo di esprimere i concetti. Si è citato a volte anche il testo di Cechov, ma si sono prese le frasi che più aderivano alla logica della nuova messinscena. Tutto questo lavoro è stato sviluppato dai singoli attori che nel corso delle prove si “sono provati” ed hanno risposto alle domande sceniche che il regista ha posto loro.
Nel momento di fissare il testo, però, il regista ha compreso come la freschezza delle battute venisse sempre meno, niente accavallamenti, niente inesattezze lessicali e di pronuncia, niente anacoluti o “sorprese” che potessero mettere in difficoltà il proprio compagno di lavoro. Si è resa necessaria una scelta: non fissare su carta nessun testo e lasciare libertà ai singoli attori; una libertà condizionata, però, regolata dal ritmo, dalla logica del personaggio, dalla messinscena e dalle azioni, tutto, al contrario, stabilito in quasi ogni dettaglio.

Ringraziamenti:
Ringrazio tutti i ragazzi che anche quest’anno hanno fatto parte di questo gruppo di lavoro ma che per gli imprevisti della vita non hanno potuto continuare.
Ringrazio l’Erboristeria “L’Ape Regina” che ci concede da anni gratuitamente uno spazio, piccolo ma prezioso.
Ringrazio “Il teatro di Sacco” per aver aperto la Sala Cutu al nostro lavoro ed averci concesso le sue strumentazioni tecniche ad un prezzo molto vantaggioso.
Ringrazio le istituzioni pubbliche di tutti i livelli, che nonostante gli apprezzamenti e i patrocini, non fanno molto altro ma che mi permettono di “vivere nella necessità” e mi costringono ad inventare ogni anno il modo di far andare avanti un’associazione e l’unico corso di teatro gratuito non sostenuto da enti pubblici della città.
Ringrazio, non da ultimo, chi ci ha concesso un’ora e mezza del suo tempo per assistere ad una nuova fase di questo che per me e le persone che vi lavorano, è un notevole dispendio di energie.

Claudio Massimo Paternò


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