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Giuliana Lojodice

Incontro con:

Giuliana Lojodice
di
Marcello Manuali


(Gubbio, Teatro Comunale, 11 aprile 2000)




Prima di affrontare il tema Stuarda, volevo tornare indietro nel tempo, a quella che è stata per la mia generazione una specie di età dell’oro, la stagione degli sceneggiati televisivi, e di cui anche lei è stata protagonista. Lei ha prestato il volto ad una cosa molto importante, LA TRAGEDIA AMERICANA di Dreyer per la regia di Majano, con Warner Bentivegna e Virna Lisi.

È un ricordo bellissimo, ormai risale ad anni quasi indicibili, erano gli anni sessanta, però è un ricordo incancellabile, tanto è vero che la gente mi ricorda molto per quello sceneggiato; forse più per quello che per IL CONTE DI MONTECRISTO, per OBLOMOV, per PEPPINO GIRELLA. Un personaggio drammatico, intenso; era la «vittima». Per la televisione io sono stata per molto tempo la vittima, forse per una struttura morfologica, non so; mentre da tanto tempo mi piace di più fare delle coprotagoniste ma cattive, iene, più di carattere, che non la classica primadonna tenera, bella, carina. E mi sono abituata a questo anche per merito di Giancarlo Sepe, che da dieci anni collabora con me e con Aroldo Tieri, mio marito, e che piano piano ha scoperto questa mia vena caratteriale, per cui tirar fuori ogni tanto le unghie alle donne fa bene; e non solo, è anche molto più divertente, molto più intrigante, è una ricerca molto più particolare, sempre che si riesca a non fare delle cose banali.

A questo proposito mi torna alla mente un altro ricordo, parlando di donna vittima, debole: un OTELLO registrato per la Rai, con Salvo Randone, Romolo Valli, Giorgio De Lullo, la Edmonda Aldini, in cui lei era Desdemona...

Devo dirle la verità, lo confesso con molta serenità: sono ruoli che, tutto sommato, in teatro non ho mai aspirato ad interpretare, non so perché. Ho sempre sentito qualche cosa, dentro di me, come dei fatti miei, personali, che non mi avvicinavano alla Giuliette, alle Desdemone, e che mi portavano invece più verso dei caratteri tipo Elena de SOGNO DI UNA NOTTE DI MEZZA ESTATE, piuttosto che la signora Ford delle ALLEGRE COMARI DI WINDSOR, piuttosto che... Proprio qui a Gubbio, al Teatro Romano, ho interpretato con Aroldo un ANFITRIONE in cui facevo questa Alcmena dilaniata da questo rapporto tra Giove e Anfitrione, molto divertente, molto curiosa. Fare certi ruoli in televisione e in Rai mi ha consentito di avvicinare quasi tutti gli attori più importanti di questi ultimi quarant’anni. Per me è stato un back-ground molto solido, da coltivare, da ricordare, da conservare nella mia memoria di donna e di attrice.

Parliamo un attimo di questa Elisabetta di Inghilterra: un personaggio forte, un personaggio scuro, un personaggio forse cattivo, però poi, leggendo il testo, si scoprono molte debolezze, molte fragilità, un dissidio interiore...

Anche se il testo è stato ridotto a 1 ora e 40, si è praticamente realizzato il fortissimo contrasto tra le due regine, non tanto fisicamente, in quanto si incontreranno una sola volta (secondo la veduta di Schiller, perché in realtà le due regine non si sono mai incontrate), ma in tutto il percorso della tragedia vede soprattutto sviluppato il contrasto morale, caratteriale, sentimentale, la solitudine di queste due donne che ne contraddistingue proprio l’appartenenza ad una stessa medaglia: sono due facce di donna che appartengono alla stessa medaglia. Una che non è del tutto tranquilla, serena e buona come Stuarda e l’altra che non è così cattiva, bieca e intollerante come la regina Elisabetta. Ci sono, a tratti, dei mutamenti di carattere, dei ripensamenti, delle solitudini interiori che fanno sviluppare, allora, un carattere più complesso, più solido, più particolare, più femminile. Anche il finale della tragedia non è più visto soltanto come un imperativo a se stessa (“Io sono la regina Elisabetta”), ma è quello di una donna che attraversa una grande sofferenza, durata 18 anni, per la decisione Stuarda a morte-Stuarda non a morte, e che arriva finalmente allo sciogliersi di questa tragedia con una grandissima sofferenza e una grandissima solitudine, ancora una volta. È una regina che ha rinunciato al sentimento per il potere, ma non è detto che sia stata preda del sentimento, come Maria Stuarda.

Ci sono molte frasi del personaggio che vengono alla mente. Ad un certo punto dice: “Sono stanca di vivere, sono stanca di regnare”. Ha questo contrasto con il potere, con il popolo, da cui si sente spinta a decisioni che poi magari non vorrebbe prendere...

La stessa entrata di Elisabetta, nello spettacolo, è immediatamente catalogabile in quella di una donna disperata, sola, sofferta e sofferente di un dramma interiore che non riuscirà mai a risolvere se non nella sua indecisione. Elisabetta è stata una grande politica che ha svolto tutto il suo potere attraverso la sua indecisione, accollandosi i meriti e accollando ad altri i demeriti delle sue decisioni e indecisioni. Ne ha fatto un fatto caratteriale che, però, è stato vincente, perché è stata una grande donna, una grande regnante. L’inizio di questa estrema solitudine spiazza un po’ il pubblico, poiché questo si immagina un’entrata trionfante di Elisabetta, e invece questa è realizzata utilizzando una canzone francese, molto malinconica, e presenta una donna estremamente dilaniata, estremamente sola, estremamente in minore, diciamo. Poi, certo, piano piano tirerà fuori le unghie per difendere se stessa e il suo popolo.

Lei ha parlato della collaborazione con Giancarlo Sepe. Io ricordo uno spettacolo di Sepe che ho visto diversi anni fa, e che era MARIONETTE, CHE PASSIONE! di Rosso di San Secondo e ricordo la sua Signora dalla volpe azzurra, in modo particolare...

Quello è stato uno dei più bei spettacoli fatti con Giancarlo, al quale sono seguiti LE BUGIE CON LE GAMBE LUNGHE di Eduardo, IL MARITO IDEALE di Oscar Wilde, e poi un testo a due voci in cui ho tirato fuori un personaggio violentissimo, ma nello stesso tempo tenerissimo, di un’irlandese che fungeva da governante...

CARE CONOSCENZE E CATTIVE MEMORIE di Horowitz...

Sono due personaggi, questi, che hanno dato una direzione diversa alle mie qualità di attrice e che il pubblico ha apprezzato moltissimo; due personaggi che, ancora oggi, ricordo con una nostalgia infinita.

Lo scorso anno Aroldo Tieri ha lasciato le scene, si è ritirato...

Più che ritirarsi ha deciso di fare soltanto delle cose che gli consentano di stare a casa sua. Giustamente, dopo aver compiuto il suo 82° anno di età e i suoi 60 anni di teatro, lui trova giusto stare in una casa che lo ha visto sempre lontano, trova giusto avere una stanchezza di uomo e di artista che gli deve essere riconosciuta e che, però, non gli impedisca di fare delle cose a Roma, come è stato l’anno scorso con L’AMANTE INGLESE di Marguerite Duras con cui siamo stati 3 mesi fermi al Piccolo Eliseo. Per fortuna Aroldo ha come lasciato uno spiraglio, una finestrina aperta, per il pubblico e anche per me che lo adoro. Recitare senza di lui mi sembra una cosa assurda, una cosa strana, insolita. Vivo sempre nel dire: “Eh, ma domani, ma domani c’è lui!...”.




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