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Giorgio Albertazzi

Incontro con:

Giorgio Albertazzi
di
Marcello Manuali


(Perugia, Teatro Morlacchi, 18 febbraio 2007)


Lei definisce il suo incontro con Adriano un incontro molecolare...

Sì, mi è scappato detto, effettivamente, è una responsabilità che mi sono preso. Ritengo che l’incontro di Marguerite Yourcenar con il fantasma di Adriano sia stato un incontro proprio molecolare. Lei ha vissuto l’esperienza con questa memoria storica in modo fantastico e ha scritto un romanzo memorabile, quasi diventando Adriano, praticamente. Lei parla in prima persona, dopo molte indecisioni di scriver prima un romanzo in terza persona, poi un pezzo di teatro, e poi decidendo di lasciarlo parlare, liberamente, dentro di sé. L’operazione che ho fatto io con lei, con la Yourcenar, è la stessa che ha fatto lei con il fantasma di Adriano. Io non sono passato attraverso il romanzo, ma attraverso la conoscenza della Yourcenar. Ho cercato di conoscerla tramite le interviste, le memorie, le opinioni degli altri, la sua ultima storia americana, e poi anche con l’intuizione. Questa donna-uomo, a parte il fatto di essere bisessuale, ma quello che conta è lo spirito che è proprio maschile, uno spirito con una tempra di carattere maschile... Qui è azzardato parlare di molecolare, in quanto si sfiorano degli aspetti scientifici difficili da trasferire, così, su un lavoro di teatro. Però intendo dire che c’è una specie di travaso che è fatto di cultura, di memorie, di sentire soprattutto, di sentimento. Allora così in parte si spiega questa veicolazione così forte dalla scena alla platea. Credo d’aver capito che le persone hanno l’impressione di essere davanti ad Adriano. Attenzione: sembrerebbe il vecchio modo di concepire la recitazione, l’attore che si cala nel personaggio. Qui non ci si cala in nessun personaggio, non mi sono proprio calato io, per niente. Se mai ho alzato un’antenna che ha captato qualcosa, in basso e in alto, un certo circuito magnetico che c’è con la memoria, con quello che c’è nel mondo. È chiaro che Adriano qualcosa ha lasciato di sé, ha lasciato delle forze anche, delle energie, a Villa Adriana, dove è nato praticamente. Confermo. Difficilmente se no ci si spiega questa cosa. Questo non è un testo facile. Non è che uno va lì davanti ad una commedia, ad un drammone, fatto di scontri, di sentimenti, di lacrime e sorrisi. È una comunicazione, si direbbe, filosofica, sugli aspetti fondamentali della vita, del pensiero umano, la morte, l’amore, la bellezza. Com’è che lascia il segno ogni volta e dovunque?

È uno spettacolo che sembra fatto di niente e fatto di tutto. Specialmente verso il finale, io ho avuto l’impressione di poter passare attraverso il suo sguardo, come in un varco, un varco fatto di luce, di emozioni, e di andare oltre...

È così. Ora io potrei dire delle cose, magari anche importanti, ma che potrebbero suonare veramente retoriche. Però una cosa posso dire: che per me l’approssimarsi al finale è, ogni volta, l’ultima volta. Io non penso mai che il giorno dopo ci sarà la replica. Non c’è questo fatto, c’è semplicemente una volta sola. Forse questo passa la ribalta. E quindi questo cosa dà di sensazione al pubblico? Che è l’ultima volta, che è la sola volta, che è l’unica. È questo l’unico limite del teatro, che ci sono le repliche. Dovrebbe essere una volta sola. Dare l’impressione che sia una volta sola è successo, qualche volta, nella storia del teatro. Si diceva così di Artaud. C’è una testimonianza di Gide che ha visto una volta Artaud e ha detto “non è possibile pensare che domani lui faccia una cosa come questa, sarà impossibile”. Magari poi accadeva, ma era comunque impossibile pensarlo. È un unicum.




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