Home
Il Centro
 Chi Siamo
Organizzazione
La Biomeccanica
 Cosa è
La Tecnica
Applicazioni
Programma Pedagogico
Materiale didattico
 C.M. Paternò
V. E. Mejerchol'd
N. Kustov
G. N. Bogdanov
Biblioteca
Videoteca
Dispense
 Dispense della Prof.ssa Tuscano
Biografia Mejerchol'd 
Intervista a Gennadi Bogdanov
La Biomeccanica Teatrale: un nuovo vecchio sistema
Incontri
 Franco Castellano
Giuliana Lojodice
Ugo Pagliai
Mario Perrotta
Carlo Giuffrè
Arnoldo Foà
Elisabetta Pozzi
Mario Scaccia
Paola Cortellesi & Massimiliano Bruno
Paola Borboni
Franca Valeri
Ferrucccio Soleri
Angela Finocchiaro
Eros Pagni
Claudia Koll
Gabriele Lavia
Marco Foschi
Lella Costa 2
Lella Costa
Giulio Bosetti
Paolo Poli
Anna Marchesini
Rossella Falk
Paolo Ferrari
Enzo Moscato
Pippo Delbono
Gennadi Nikolaevic Bogdanov
Filippo Timi 2
Filippo Timi
Ileana Ghione
Giorgio Albertazzi
Alessandro Gassman
Claudia Cardinale
Ascanio Celestini
Franca Nuti e Giancarlo Dettori
Calendario dei Corsi
 2011
2010
2009
2008
2007
2006
2005
2004
Spettacoli
 2010
2009
2008
2007
2006
2005
2004
2003
2002
2001
2000
1998
Studio Obraz
 Cosa è
Spettacoli
Mappa del sito
Link Utili
Login / Logout
Tieniti aggiornato:

iscriviticancellati

Per informazioni




Gabriele Lavia

Incontro con:


G
abriele Lavia
di Marcello Manuali


(Perugia, Teatro Morlacchi, 27 gennaio 2007)



Memorie dal sottosuolo è l’ultima tappa di un suo percorso di avvicinamento a Dostoevskij che risale, ormai, a qualche anno. Cosa c’è in questo scrittore che la chiama, che la interessa così tanto?

Francamente non glielo saprei dire. Dostoevskij è un autore che ho iniziato ad amare quando ero ragazzo, verso i sedici diciassette anni, quando, almeno alla mia epoca, i ragazzi cominciavano a leggere le cose importanti. Dostoevskij è stato un incontro per me molto importante, che mi ha toccato, mi ha colpito, non saprei dire esattamente come. Ricordo che una volta, avevo diciotto anni, non mi ero ancora iscritto all’Accademia d’Arte Drammatica, lessi ad alcuni amici il Sogno di un uomo ridicolo, un testo che poi, molti anni dopo, ebbi modo di fare a Spoleto, e che ho ripreso, di tanto in tanto.

Con il protagonista di questo Memorie dal sottosuolo lei dove ha cercato di entrare per farlo suo, per capirlo e poi portarlo in scena?

Mah, sa, non so che cosa significhi entrare dentro un personaggio, anche perché noi utilizziamo sempre queste parole in maniera mai corretta, mai precisa. In realtà, quello che noi chiamiamo «personaggio» dovremmo chiamarlo «persona», perché la maschera del teatro greco si chiamava «persona», il «personaggio» era il portatore della «persona», cioè l’attore. Chi porta la «persona» è il «personaggio». Una volta nelle commedie c’era scritto «dramatis personae». Sotto la «persona» c’è il «personaggio». La «persona» è quella maschera attraverso la quale «pers suona» la verità del «personaggio». Non so bene che cosa significhi entrare in un personaggio. Io, quando faccio lo spettacolo, cerco di raggiungere un impossibile stato di verità, che però, se lei mi dovesse chiedere che cos’è questa verità, io non saprei esattamente delineare. Ma sento che si può raggiungere o, meglio, che ci si può avvicinare a questa condizione, si può compiere questo salto dentro quella cosa che noi chiamiamo, e non sappiamo bene che cosa sia, l’«essere». Ebbene, questo a volte riesce, perché il teatro è un rapporto tra l’attore e lo spettatore, e quindi dipende anche molto dallo spettatore che questo fenomeno teatrale possa accadere oppure no.

Quando un attore, un regista come lei decide di mettere in scena un testo, c’è probabilmente qualcosa che di quel testo lo affascina, o che rientra forse nella sua poetica di regista. Mi ricordo, nella sua presentazione qui a Perugia de L’avaro, lei parlò di sé come di un regista che tende verso lo sporco, verso il peggio. Forse anche in questo caso la poetica di Dostoevskij si avvicina a quello che lei poi tende a mettere in scena...

Guardi, credo che sia possibile, in genere io riesco a sporcare tutti gli autori con cui ho a che fare, perché evidentemente la mia musa è sporca, è una musa, come dire, da discarica. Mi piacciono le cose rotte, gli oggetti impolverati, gli oggetti come abbandonati nei magazzini, quegli oggetti quasi fantasmi che hanno dentro di loro una memoria, quelle cose morte che hanno una memoria. Ecco, io amo quel tipo di figure, quel tipo di oggetto, mi attraggono. Poi, la mia casa è perfetta, è linda, è uno specchio, ordinatissima, la mia donna di servizio dice che sembra un museo. Probabilmente è un museo, io la correggo, no, non un museo, una tomba... Evidentemente, quando rappresento... C’è una ragione, ma le ragioni, come lei sa, sono sempre banali, sciocche, una volta che uno le espone. La ragione sarebbe quella di esporre sul palcoscenico la discarica di questo nostro mondo. Il nostro mondo si avvia verso questo essere tutto da buttare: probabilmente c’è una ragione profonda se la spazzatura è il problema più grosso del nostro pianeta. E, probabilmente, noi siamo la spazzatura più inquinante, l’uomo, che ha dimenticato il suo «essere», andando avanti con la tecnologia. Ogni conquista tecnologica è una perdita. Ogni invenzione è una perdita, ogni conquista è una perdita, e ogni pensiero calcolante, che è quello in cui l’uomo si perde, un oblio del pensiero, quello vero, quello degno. D’altra parte non c’è niente da fare. Il teatro è l’unico luogo dove l’essere obliato può essere rammemorato. Qui il pensiero che si richiede all’attore, allo spettatore, non è un pensiero utile, un pensiero dispensabile, divisibile, ma è un pensiero in-utile, non divisibile, indivisibile, cioè in-dispensabile. Tutto per sé e per l’altro, tutto intero. Ciò che è utile lo possiamo dividere con gli altri, ciò che è indispensabile dobbiamo prendercelo tutto. Questo è il vero problema, il teatro è inutile, ma indispensabile. Ma come, io non sono mai stato a teatro, dice un signore, eppure vivo benissimo. Oh, sì, sì, vive benissimo, ma forse esiste male. D’altra parte la filosofia non si occupa di dire chi è l’uomo, questo lo dice la religione. La scienza ci dice che cos’è l’uomo. La filosofia ci dice “ma com’è che uno è uomo?” Questa è una domanda che ormai è sfuggita. Memorie dal sottosuolo pone questa domanda, in fondo: com’è che siamo diventati così come siamo? E questa è una domanda che non cambia il mondo, e non cambia probabilmente neanche l’uomo, ma risveglia, rammemora, un pensiero dell’essere dimenticato, e il pubblico sente, e si avverte che lo sente, che non ha buttato via la sua serata.




Powered by: Nukedit 2017

C.I.S.Bi.T. Via Floramonti n°9 06121 Perugia Italia
Tel/Fax: 0039 (0)75 5721238 Mobile Phone: 0039 347 0798353
Generated in 0 seconds.
3533 visits