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Franco Castellano

Incontro con:

Franco Castellano
di
Marcello Manuali



(Panicale, Teatro Caporali, 7 dicembre 2003)


Pirandello, in una lettera al figlio, parlando di Liolà, afferma di non sentire sua quest’opera, si stupisce, gli sembra che non sia un’opera sua. In effetti, vedendo lo spettacolo, anche a me è sembrato di non trovarmi di fronte a Pirandello. A me è sembrato molto Shakespeare, questa regia di Dall’Aglio di Liolà...

Dall’Aglio ama giocare con le sue regie, con i personaggi, con gli autori. Forse qualcosa di Shakespeare in questo c’è, è un’acuta osservazione questa. Il fatto che Pirandello non riconoscesse questo titolo, questa commedia, di fronte a suo figlio, lo diceva con molto entusiasmo, glielo comunicava con entusiasmo, quasi a dirgli: «Guarda, sono riuscito a fare qualcosa che, leggendo io stesso le mie opere, i miei scritti, non riesco a riconoscere, perché è talmente viva, talmente particolare, talmente forte di una sua forza connaturata che faccio fatica a riconoscere per mia; è una scrittura che non mi appartiene più». E’ difatti la prima commedia in assoluto che Pirandello scrive, di getto, nell’arco di un mese.

Questa regia è un concertato di colori, di ritmi, di timbri, di voci: si sentiva il canto nelle voci. Poi c’è molta energia, soprattutto. Per quello pensavo a Shakespeare. C’era questa irruenza, questo porsi sempre oltre anche al testo, il portarlo molto avanti...

E’ bello quello che mi stai dicendo perché è arrivata a te come spettatore quella che era l’idea originale e originaria di Gigi Dall’Aglio. Questo è un concerto, un concerto di una festa, un concerto di una festa di una favola. Assomiglia a Shakespeare in questo, nel favolistico che c’è in questo Liolà, nel favolistico di Shakespeare, questo autore grandemente tragico, grandemente drammatico, grandemente comico, che in tutti i suoi scritti usa avere dei momenti favolistici, dei momenti di evasione, astrattivi quasi. Vuole porre il pubblico al di fuori, come l’attore ogni tanto si pone al di fuori del personaggio. Questo testo, questo baccanale, questa festa, questa favola è svolta come un concerto di voci, perché credo sia uno dei modi per poter vedere il testo di Liolà, per poterlo rappresentare. Altrimenti bisogna seguire didascalicamente quello che l’autore dice e bisognerebbe tenere conto anche che, quando Pirandello lo scrisse la prima volta, lo fece in dialetto agrigentino, praticamente visibile soltanto dai siciliani e precipuamente dai siciliani di Agrigento, non dal resto d’Italia. Questo fu un cruccio per Pirandello, per ben vent’anni. Nel 1936 si decise finalmente a farne una traduzione in lingua toscana, perché gli pareva che il toscano, con le sue cadenze, fosse la lingua che più potesse rappresentare questo Liolà. Liolà, naturalmente, veniva snaturato, non era più questo forte contadino, questo selvaggio contadino, si può rappresentarlo ancora come un selvaggio contadino, ma è talmente astuto, ha perso quell’astuzia girgentina che era tipica della lingua che lo connotava. Ora, invece, diventa un’astuzia italiana, diventa una simpatia italiana, diventa fruibile da tutti coloro che lo possono vedere. Ed è bello perché in questa favola c’è il tasto favolistico, Pirandello lo scrive proprio, ma c’è anche il tasto tragico, c’è la critica sociale e c’è anche una visione del mondo che non è cambiata e che mi pare non cambierà nel corso dei secoli, almeno finché la civiltà si baserà sui canoni, sui concetti, sui pilastri sui quali si basa ora come ora la nostra civiltà.

In questa impostazione quanto guadagna Liolà questa sua gagliofferia, questo suo essere sfrontato, impunito, da un attore «irregolare» come lei, anche timbricamente? Non sembra più forse il «poeta contadino ebbro di sole» di cui parlava Pirandello, forse va molto più in là...

Io ti ringrazio se è un complimento; se non è un complimento mi farà pensare, ma non so se guadagna da me. Io potevo farlo così, uno dei modi in cui avrei potuto farlo è questo, quello che voi vedete rappresentato. La regia di Gigi ha precisato alcune corde mie particolari, abbiamo voluto giocare su questo. Timbricamente io lo faccio apposta, uso questa irregolarità timbrica perché credo che non annoi il pubblico, anche a lungo andare non annoia perché il pubblico si aspetta di tanto in tanto qualche variazione, e quando meno se l’aspetta la variazione arriva. Ma è tutto frutto di Gigi. Avrei potuto farlo in altri modi, diversi, un paio li abbiamo sondati, due o tre, grossomodo, abbiamo cercato di capire quale fosse il migliore. Abbiamo preferito tutti e due questa chiave favolistica e questo modo, e questa timbrica, e questa metrica anche di recitazione.

Forse Liolà ne esce fuori meno simpatico, diciamo, però più articolato, più profondo, più vero, rispetto anche a quello che pensava Pirandello, il «fingere è virtù»...

Certo, questo è vero, un po’ meno contadino. Io ho anche un’età che non è quella di Liolà. E’ anche vero che in teatro l’età si annulla, Salvo Randone ha fatto personaggi di quarant’anni fino a ottant’anni. Addirittura Amleto so che viene fatto adesso in Inghilterra da un attore di 76 anni. Non lo credo appieno, ma credo fosse una delle poche vie che avrei potuto sperimentare e fare e attuare per far mio questo personaggio, per portarlo in scena. Per il resto, la simpatia che è minore, è minore una simpatia di immediatezza ma è maggiore una simpatia di mediatezza, non so se mi spiego: arriva un messaggio mediato al pubblico, non immediato.




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