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Franca Nuti e Giancarlo Dettori

Incontro con:


FRANCA NUTI E GIANCARLO DETTORI
di Marcello Manuali




Perugia, Teatro Morlacchi, 5 dicembre 2001



Volevo partire dal fondo, dall’ultima immagine di Spettri: Osvald che dice «Mamma dammi il sole!» e lei, la signora Alving, che spezza la fiala di morfina e gliela porge. Questo gesto non c’è in Ibsen, la didascalia di Ibsen prevede un’altra situazione...

(fn) La didascalia di Ibsen non prevede niente, lascia al pubblico di interpretare come vuole la decisione, l’atteggiamento della signora Alving. In relazione alla nostra esperienza del Novecento (in cui c’è questa terribile realtà della droga, della violenza dei figli sui genitori, dell’impossibilità di sopportare delle situazioni insostenibili e certe reazioni che tutti conosciamo nelle quali la pietà si sposa con l’insofferenza a sopportare nuove violenze della vita) abbiamo scelto di dare questa soluzione. Soluzione che non è definitiva, in quanto è un momento di tale emozione e di tale tensione che può darsi che sia semplicemente un gesto di disperazione, oppure può essere che lei gli faccia la morfina fino a togliergli qualsiasi sofferenza.

Io l’avevo visto quasi come un gesto di comunione eucaristica, come se l’amore della madre trovasse la giusta via verso il figlio...

(fn) E’ molto difficile far accettare come un atto d’amore il fatto di uccidere, però c’è anche questo, certamente. In chi vede, moltissimi dicono «Ah no, lei non deve assoultamente, deve accettare anche questa sofferenza e sopportarla». Io sono del parere che ci siano dei limiti alla sofferenza materna.

L’altra sera, assistendo allo spettacolo, ho avuto l’impressione che non si trattasse del solito Spettri di Ibsen, cioè di una commedia della fine dell’Ottocento. A tratti mi sembrava di assistere ad una commedia americana o anglosassone degli anni ottanta del secolo scorso, quelle che si ambientano magari a New York, e dove il protagonista non è ammalato di sifilide ma di Aids...

(gd) Indubbiamente, quando abbiamo parlato della possibilità di inserire il tema dell’Aids, c’è stato un forte dibattito all’interno della compagnia, non escludendo effettivamente di non determinare la scelta di una malattia specifica, ma di lasciare il senso della interpretazione contemporanea a chi vede, a chi partecipa allo spettacolo, in modo che possa attribuire realmente questa specie di balsamo a questa tragedia del nostro tempo che è l’Aids. Io sono dell’opinione che questo dovesse essere il tema di fondo, che bisognasse lasciar trasparire il tema dell’Aids.

Anche se, appunto, non è esplicitato...

(gd) Non è esplicitato perché non si può: Ibsen allude alla sifilide, quello che è il male del suo tempo. Però anche lui non esplicita fino in fondo e allora abbiamo pensato che forse era meglio lasciar trasparire i segni di quello che è il male del nostro tempo.

Oltre la signora Alving, l’altra figura cardine dello spettacolo è il pastore Manders. Se, come per la signora Alving, l’immagine che io ho in mente è quella citata, per il pastore c’è la prima immagine: quel fermo immagine, sotto la pioggia, a vetrata aperta, con lo sguardo che entra dentro la casa; un’immagine ricca di sospensione, di tante cose non dette...

(gd) E’ l’immagine di un uomo che torna in un luogo in cui c’è una donna, una donna che lui ha amato certamente, da cui è stato riamato e che ha cancellato all’interno della sua vita di sacerdote. Manders è un uomo con una cultura un po’ retrò, un uomo che non ha il coraggio neanche delle cose che pensa, e che preferisce nascondersi dietro i luoghi comuni di un certo modo di esistere. Che quest’uomo, probabilmente, abbia amato realmente la signora Alving io ne sono abbastanza convinto e che poi si sia costretto a cancellare tutto, anche di questo sono abbastanza convinto: è un uomo che non riesce ad andare, sia nella sua professione, sia nella sua vita, fino a raggiungere i significati importanti della vita: arriva fino a un certo punto, oltre non ce la fa. Perché è un po’ vile, è un uomo che scappa dalle grandi responsabilità.

Nel pastore Manders la curialità esterna, che forse è dovuta anche al suo timbro di voce, così chiaro, così leggero, viene poi corrotta da tanti piccoli segni: io ho notato, per esempio, degli sguardi sfuggenti, il nervosismo con cui le mani si muovevano...

(gd) Certo, è un personaggio che ha delle grandi insicurezze, delle piccole nevrosi, un personaggio che è privo di forza reale, di un coraggio a tutto tondo; un personaggio che, nell’atto stesso in cui affronta un problema, ha un po’ la paura di affrontarlo; cionondimeno tenta di dire la sua opinione teologica sulla vita, sugli uomini, sulla religione; ma non è certamente un uomo sicuro di sé, un uomo che affronta la vita con quella maturità e quella intensità di intenti che è propria delle personalità più composte, più complete, più assolute. E’ un uomo difficile, un uomo molto difficile: infatti riesce molto bene in tutte quelle attività manageriali che sono, tuttavia, anch’esse all’epidermide reale della grande industria, che vi sono intorno. Io non credo sarebbe un uomo che potrebbe dirigere, diciamo, la Nestlé, tanto per parlare di una cosa che vi riguarda; magari il circolo cattolico della Nestlé, ma non oltre. In quelle potrebbe riuscire, perché è dialettico, perché è coraggioso; ma solo in quei limiti: superati questi si entra in una situazione in cui lui non è più sicuro di nulla.

Sia il pastore che la signora Alving sono dei personaggi realizzati per sottrazione, a me è sembrato, più che per accumulo, come se fossero delle linee di energia...

(fn) Certamente. La signora Alving, per esempio, si porta dietro il peso della menzogna che lei aborrisce: tutta la sua vita, dal momento in cui il pastore le dice di no, è fondata sulla menzogna. La sua vita è corrotta dalla menzogna; allo stesso tempo, tutta la sua forza, tutta la sua intelligenza si muovono nella vita mentendo, è il contrario di quello che lei vorrebbe: lei vorrebbe far trionfare sempre la verità; invece, appena dice la verità, succede il finimondo. Nel dramma, quando ognuno dei personaggi sfiora o afferma la verità, succedono delle cose disastrose. Quindi, il senso di energia che lei avverte contenuta, implosiva, in ognuno dei personaggi, soprattutto nella signora Alving, è esatto. Vorrei dire che lei è, comunque, un osservatore molto attento di quello che vede e mi fa piacere constatarlo.

(gd) C’è ancora una cosa che io vorrei dire su questo: credo che lei abbia anche voluto intendere che tutti e due apparteniamo ad una scuola di recitazione, pur avendo fatto mondi teatrali diversi, in cui cerchiamo di trovare una tecnica dell’essenziale, cioè di non immettere nella recitazione mai più di quello che serve, ma cercando assolutamente di asciugare al massimo il rapporto con una platealità che, probabilmente, in modo diverso, non ci interessa, che è un’altra sponda del teatro che si può anche praticare ma che in questo caso assolutamente mi sarebbe sembrato terribile applicare, anche perché non era quello che desiderava il regista Cesare Lievi. Direi che in questo senso noi due abbiamo trovato una metodica tecnica, un metodo dell’anima (per usare un’espressione migliore). Se lei voleva intendere anche questo, certamente è una conquista di un certo lavoro fatto...

Sì, lo spettacolo mi è sembrato molto asciutto, molto spoglio, molto concentrato, con le energie giuste. Evidentemente, poi, l’idea che il regista aveva si è incontrata con la vostra predisposizione di attori...

(fn) Anche gli altri interpreti agiscono in questa direzione. Sono ragazzi che hanno la metà della nostra esperienza, eppure hanno già una notevole dose di autocritica e di controllo su quello che fanno. Siamo una compagine molto unita e credo che si veda anche che amiamo fare questo spettacolo.

Sì, si vede anche che è uno spettacolo che gira da tempo...

(fn) Sono due anni...

(gd) Anche se io non c’ero l’anno scorso...

Sì, è stata la sorpresa piacevole di trovare Dettori in Spettri; non che disprezzassimo Foschi, però è stata veramente una piacevolissima sorpresa. A questo proposito, con la signora Nuti, l’anno scorso, quando venne con Alla meta di Bernhard, avemmo una chiacchierata abbastanza cordiale, si parlò anche di lei, delle vostre strade teatrali con percorsi diversi, dei concerti, dell’alba di Segesta. Il fatto di ritrovarla, insieme alla signora Nuti, in Spettri, dà speranza ad altre imprese successive?

(gd) Questo onestamente non lo sappiamo. Va anche detto che noi, uno spettacolo teatrale reale, era quarant’anni che non lo facevamo. Questo è il primo, dopo quarant’anni...

(fn) Un Ibsen come l’altro, Le colonne della società, con lo Stabile di Genova...

(gd) Va anche detto, per la verità, che anche la prima volta avrei dovuto farlo io. Non ho potuto perché il Piccolo Teatro di Milano mi chiese di prendere parte alla ripresa de Il campiello di Goldoni con la regia di Strehler (ripresa che, poi, non è avvenuta). Ho scelto di farlo, adesso, perché Massimo Foschi ha altri impegni, e  anche perché tutti dicono che il ruolo del pastore Manders è la morte degli attori, che nessuno riesce a farlo. Tutti quanti lo fanno ma non gli piace, lo fanno e non viene, lo fanno e non si riesce a trovare la chiave. E’ stata una bella sfida: anche se non so se vi sono riuscito, mi diverto molto a farlo.



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