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Filippo Timi 2

Incontro con:

Filippo Timi
di
Marcello Manuali


(Perugia, Teatro Morlacchi, 8 novembre 2006)



Io vorrei cercare, in breve, di raccontare questo spettacolo, partendo dal titolo, che mi sembra abbastanza particolare e dal quale, forse, si riesce a creare un percorso che dia un’immagine dello spettacolo: LA VITA BESTIA.

È la storia comune di un ragazzo che ha un po’ di difficoltà (balbuziente, una famiglia con pochi soldi, un po’ obeso...) e che, nonostante tutto questo, prova a farcela. Prova a non vietarsi il primo amore, prova a credere ad andare avanti, ci prova proprio. A tappe, nello spettacolo si raccontano appunto il primo amore, quindi le prime difficoltà, la prima volta che fa l’amore con una donna, la prima discoteca, le prime diversità... Da tutto questo viene fuori che la vita è come se fosse una bestiaccia, senza che questo sia un giudizio negativo; però la vita è feroce, perché amare e vivere, il provare a non perdere i sogni, a non perdere il sognare, è un atto feroce. Siamo comunque animali. Aristotele definisce l’essere umano come un animale che ride, un animale che ha coscienza di sé e si prende un po’ in giro. Nello spettacolo, infatti, si sorride molto.


Come nasce l’idea di raccontarsi e di mettersi in scena così, senza difese, apertamente, per come si è? In fondo questo è il racconto della tua vita...

Sì, romanzato, un po’ camuffato... Guarda, se avessi fatto Amleto, sarebbe stata la stessa cosa. Con altre parole, molto più belle sicuramente. Però, dentro all’essere o  al non essere, ci sarebbe stato tutto questo monologo. È come se avessi preso un’unica battuta di Shakespeare, «Essere o non essere, questo è il problema», e al posto che farcire di me, della mia storia, delle mie paure, Amleto, quel personaggio, io abbia farcito di Amleto un personaggio inventato, che però aveva la mia provenienza, che aveva il mio linguaggio, il mio dialetto... Ho scelto di rendere il teatro un po’ più contemporaneo, un po’ più vicino e attuale. Ciò non toglie che Amleto sia talmente universale e attuale... però, proprio visto che sono anche autore, ho riscritto un mio Amleto, che si chiama Filo, che è umbro, che parla come me. Ho romanzato un storia comune. Tu dicevi poi senza difese. Ma non si possono avere difese a teatro. Ogni grande attore è una ferita messa in scena, reale, perché se non c’è il pericolo di crollare e di cadere... cioè, se vai in palcoscenico con la rete di salvataggio, il miracolo, ovvero il semplice passaggio di emozione da te attore allo spettatore, non avviene. E tutti i più grandi salgono sul palcoscenico con il rischio di provare qualche cosa, e non si possono avere difese. Come nell’amore: se ami qualcuno e ti difendi, non arrivi mai ad amarlo. Se ami qualcuno e ti lasci andare, perché sei sopraffatto, perché sei incosciente, chiaramente, allora qualcosa capita. Il teatro bisogna essere incoscienti per farlo, sennò... Ieri sera c’erano 830 persone, sono più di 1600 occhi. Se io ci penso oggi, impazzisco.

La regia dello spettacolo è di Giorgio Barberio Corsetti. Professionalmente, potremmo definirti un attore di Corsetti. Poi c’è anche un rapporto umano molto forte che vi lega. Qui tu sei solo in scena, hai tutto il regista per te, e il regista ha l’attore solo per sé. Tutto questo ti dà delle emozioni in più, è una sfida ancora più grande, più bella?

No. Ogni spettacolo è per me un’emozione straordinaria. In realtà io mi trovo meglio quando ci sono anche altri attori, in scena. A me non piace l’egocentrismo degli attori, la trovo una cosa veramente oscena. Essere solo in scena è, dunque, l’apoteosi, apparentemente, dell’egocentrismo. E però trovo che solo gli attori che sono moralmente umili, che non si pongono a fallo dritto sopra un palcoscenico e ti dicono «Eccomi, guardami, guarda che bestia!», ma che si pongono invece come femmine sceniche, con un senso più di vagina, «Sono una ferita, eccomi, aiuto, e sono pronto a spogliarmi»... A me manca qualcuno in scena, e infatti cerco moltissimo il rapporto con il pubblico. E comunque io sto in scena, ma ci sono tutti gli altri personaggi, quelli che interpreto, e ti assicuro che mi sdoppio: io non mi sento solo io in scena.

L’attore è figlio del mondo, è senza radici. Però, forse, tornare nella propria città, registrare il tutto esaurito con molte persone che non riusciranno a vedere lo spettacolo, ti dà qualcosa in più?

Ieri sera ero talmente emozionato che mi addormentavo prima dello spettacolo; mi veniva la sindrome del ghiro, «no, voglio dormire, non voglio andar in scena...». È stata forse una delle emozioni più grandi fare a Perugia lo spettacolo che parla di Perugia. 830 persone possono esaltarti oppure ucciderti, demolirti. È andata bene, applausi a scena aperta, anche se nella seconda parte, quando parlo dei pompini ice, della parte comunque più segreta di Perugia, c’era un po’ di gelo in teatro... Ci sono aspetti in una piccola città... A Roma, ci si diverte tantissimo a sentir parlare oltraggiosamente di queste cose. A Perugia, invece...

Perugia, forse, non è ancora abituata, teatralmente parlando...

Credo che non lo sarà mai. Proprio perché si vuol mantenere nell’ombra, e così facendo gode di più. In fondo anch’io sono un po’ così. Certi segreti non bisogna dirli, perché quando sono detti, non c’è più piacere a...

Perdono qualcosa...

Esatto. Non sono più segreti.



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