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Filippo Timi

Incontro con:


F
ILIPPO TIMI

di Marcello Manuali




Perugia, Teatro Morlacchi, 29 gennaio 2002


Nel Woyzeck c’è una frase del Capitano che fotografa molto bene il personaggio di Woyzeck: «Lei corre per il mondo come un rasoio aperto». Ecco, anche in questo spettacolo Timi corre molto...

Sì, questo è uno spettacolo molto faticoso, molto fisico, tutto è molto veloce, anche perché la drammaturgia è costituita da brandelli di scene: Woyzeck è l’ultima opera che Büchner ha scritto, quando era febbricitante, ed è morto prima di completarla. Noi abbiamo solo frammenti di scene senza un ordine stabilito dall’autore. Questa è una versione che il regista Giorgio Barberio Corsetti ha interpretato, scegliendo la composizione, il susseguirsi delle varie scene. Tutto è molto veloce, tutto è molto improvviso, come una folgorazione, ogni scena, vuum vuum vuum, è abbastanza imprendibile. Si corre molto, il fisico corre, la mente corre, le emozioni corrono. E’ una bella prova d’attore.

E’ un personaggio impostato molto anche da un punto di vista fisico, atletico, dinamico. Non solo corre, sfrutta molto le altezze, i movimenti, si fa trasportare...

E’ un po’ una prerogativa del teatro di Barberio Corsetti il fatto che le emozioni, il testo, la parola debbano passare necessariamente attraverso il corpo, manifestarsi attraverso il corpo. Il delirio anche, lo squilibrio. Tutto è molto fisico, è molto concreto e reale; è molto poco borghese, grezzo, ma nel senso di elementare, basilare. Gli elementi fisici della scenografia, infatti, sono l’acqua pura, il vento, il ferro, il nero: elementi assoluti.

E’ una cosa che avevo notato, questo uso di materiali molto concreti e primitivi, quasi fossero dei materiali base...

Assolutamente. Ma proprio perché il testo drammaturgico è reso all’osso. Sono scheletri, le parole sono coltelli. Tutto è molto semplice, apparentemente. Ma, come dice Woyzeck, «c’è la doppia natura»: una cosa è insieme quella cosa e un’altra cosa. Tra questi due significanti, alla fine, si apre una voragine, una contraddizione, un abisso, una zona che è ignota che si apre verso l’emotività, il nero, il tradimento, Dio, l’omicidio, la follia. Woyzeck è un personaggio che estremizza alcuni aspetti che esistono nell’essere umano, che appartengono a tutti.

A tratti mi è sembrato che questo marcare così fortemente l’aspetto dinamico del personaggio ne offuscasse un po’ lo sguardo interiore, quello dei sentimenti; come se fosse, a tratti, più pupazzo, più marionetta che uomo...

Anche qui c’è un diverbio da esplorare. L’essere umano di Woyzeck è un essere umano molto particolare, perché è un uomo, ma è un uomo che vacilla in sé stesso e con sé stesso: è un pazzo, uno che crede concrete alcune cose che effettivamente non lo sono, o  che forse sono concrete ma che gli altri personaggi non riescono a cogliere. E’ un personaggio semplice, puro: è stata una scelta registica quella di spingere sempre più le emozioni, l’emotività, i sentimenti verso il fuori, al di fuori; è come se il lavoro di attore dovesse essere, più che interiorizzare e incupire gli stati d’animo, quello di tirarli fuori, di stare in scena essenzialmente senza pelle, con i sentimenti allo stato brado. Woyzeck è un pupazzo, sì, ma di sé stesso. E’ lui che è trasportato dalle proprie emozioni, dai propri impulsi. Manca dei filtri sociali, morali, fisici: questa cosa non si può fare, neanche questa, questa no, perché Dio, perché la morale ha detto questo... Invece Woyzeck fa quello che si sente.

E’ natura pura, quindi...

Assolutamente: Woyzeck è un cavallo, è un cane, è un animale puro. Ed è un buon gioco per l’attore perché, comunque, tutto quanto è una partitura molto ferrea; perché le scene sono così brevi e le parole sono quelle. Allora è tutto stabilito. Ci sono molti macchinari in scena: se i movimenti, i gesti non fossero quelli sarebbe pericolosissimo. E’ il riuscire a giocare, appunto, sul rendere imprevedibile una prevedibilità.




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