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Ferrucccio Soleri

Incontro con:



Ferrucccio Soleri
di
Marcello Manuali

(Perugia, Teatro Morlacchi, 4 novembre 1998)



Marcello Moretti, il primo Arlecchino del Piccolo Teatro di Milano...

Era un Arlecchino molto diverso dal mio, più corposo, più terra terra, se vogliamo, assolutamente non acrobatico. Sono stato io ad introdurre l’acrobazia in Arlecchino, riprendendo così in certo modo il gioco scenico che usavano i comici della commedia dell’arte.

Tratti comuni?

L’ingenuità, se vogliamo. E poi una certa fisicità, acrobatica appunto, leggera, molto dinamica, che ho trasferito nel personaggio.
 
C’è stato un trascorrere, nella storia di Arlecchino, servitore di due padroni, che abbia accompagnato anche il trascorrere politico e sociale di questi quarant’anni di tempo?
 
Strehler ha curato sette edizioni del testo di Goldoni, dal 1963 ad oggi, a questa che è l’ultima, cercando di approfondire, tra una e l’altra, essenzialmente il mondo della commedia dell’arte. All’inizio si è ricercata, per questo, una stilizzazione dei personaggi, cercando di ricreare quella tradizione che, con la morte di Goldoni, si era dispersa per tutta Europa, perdendo di vitalità. Quindi, per evitare di ridurre il tutto ad un che di stereotipato, di museale, si è cercato di sviluppare il mondo della commedia dell’arte anche nella vita al di fuori di questo. Ecco allora che al centro del palcoscenico veniva recitato Arlecchino servitore di due padroni e ai lati, intorno, la vita reale dei comici. Addirittura, in un’edizione all’aperto, nel 1963, avevamo i due carri ai lati del palcoscenico per far vedere tutta la vita che si muoveva intorno ai comici. Fino ad arrivare all’ultima, che è l’estrema, dove è stato tolto tutto quello che può esserci di scenografia, di mobilio, per arrivare al minimo indispensabile, i piccoli tavolinetti e i tre paraventi.

Arlecchino servitore di due padroni. Oggi viviamo in un’epoca di servitori di due padroni. E’ ancora attuale la filosofia di Arlecchino?

La filosofia di Arlecchino sì, ma del personaggio no. Oggi non esiste l’ingenuità. Arlecchino è un ingenuo, uno che non accetta compromessi. Oggi senza compromessi non si sopravvive. Arlecchino non potrebbe vivere oggi. Ha una psicologia infantile come un bambino, pur essendo un adulto, morirebbe prima di... Ci potrebbe essere un altro servitore, un Brighella, ma non Arlecchino...

Arlecchino, abbiamo detto, le ha dato tanto. A Ferruccio Soleri ha anche tolto qualcosa?

No, francamente non potrei dirlo. Mi ha solo dato, tolto niente. Ho solo avuto un momento di imbarazzo, dopo sette otto anni di successo, perché era talmente la richiesta di questo personaggio che ero costretto a fare quasi solo questo...

Io non l’ho mai vista recitare Arlecchino, lo farò sabato sera e non vedo l’occasione di essere a teatro. Però forse sarei più felice se un altoparlante mi annunciasse che questa sera, invece di Soleri, c’è un nuovo Arlecchino in scena. E’ prevista, ci sarà una staffetta come quella che lei ebbe con Moretti?

Involontariamente la colpa è stata di Strehler. Io ho avuto tre allievi. Il primo era davvero molto bravo, ha fatto due spettacoli dell’Arlecchino con altre compagnie, ha guadagnato tre lire e ha aperto una birreria a Roma. Il secondo, una volta che mi feci male e fu messo al mio posto, non ha funzionato. Il terzo, Enrico Bonavera di Genova, lo poteva fare e infatti io otto o dieci anni fa dissi: «Giorgio, perché non gli fai fare qualche recita ogni tanto?». «No, l’Arlecchino sei tu». Tant’è che l’anno dopo Bonavera non venne nemmeno scritturato dal Piccolo Teatro. Da quel momento io non ho più pensato ad una sostituzione. Ora che Strehler è morto, cosa facciamo? Riprendiamo Bonavera, che oltretutto sta facendo una sua carriera, e che non è più giovanissimo? Ne tiro su un altro, ma la regia chi la fa poi? Dovrei assumermene io la responsabilità. Perché, come Moretti era diverso da me, io non voglio una copia mia. Che sia più o meno bravo, come me, ma che sia un altro. Questo è un grande punto interrogativo, anche perché non si sa quanto durerà questo spettacolo. Io un anno o due ce la faccio, forse, a farlo ancora.
 





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