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Enzo Moscato

Incontro con:


ENZO MOSCATO
di Marcello Manuali



Umbertide, Teatro dei Riuniti, 4 marzo 2005


Compleanno è dedicato alla memoria di Annibale Ruccello. Io volevo partire proprio da qui, dalla figura di Ruccello, dal suo ricordo di Annibale Ruccello...

Come persona Annibale era un ragazzone, ottimista, dotato di un grande amore per il teatro, molto più di me tutto sommato; si dava veramente da fare, per arrivare a far conoscere questa scrittura nuova che stava nascendo in quegli anni a Napoli; io lo ricordo come una persona solare, anche ingenua sul piano psicologico. Come artista era una persona molto interessante; c’erano in lui, secondo me, in nuce già delle cose straordinarie, questa intuizione della mutabilità della lingua teatrale napoletana (una cosa che, del resto, condividevamo insieme), quest’idea della necessità di contaminare una lingua che, già di per se stessa, si offriva a tanti apporti diversi, a tanti ingressi diversi e che, in qualche modo, non era già più la lingua dei Petito, degli Scarpetta, degli Eduardo, dei Viviani. Noi, con estrema consapevolezza, la imbastardivamo ancora di più. Forse, rispetto a me, aveva meno il senso del poetico che può correre nella scrittura teatrale; lui era molto più portato per il teatro inteso come prosa, come narrazione (Ferdinando, ad esempio, oppure l’adattamento de La ciociara).


Lei parlava di questo lavoro sulla lingua. Anche in Compleanno c’è un uso della lingua abbastanza simile...

Io e Annibale ci siamo conosciuti agli inizi degli anni Ottanta: lui stava debuttando con Le cinque rose di Jennifer, mentre io mettevo in scena il mio secondo lavoro, Scannasulice. Lì, a partire da una stima reciproca, da un interesse reciproco, abbiamo iniziato a lavorare insieme, a mettere insieme le nostre cose, a fare dei piccoli duetti; intrecciavamo, capovolgevamo i ruoli, una volta il regista era lui e una volta lo ero io. Nel 1985 ho scritto per lui Ragazze sole con qualche esperienza, dedicandogli il ruolo di Bolero, e riservando a me quello di Grand Hotel (eravamo tutti e due in scena, ricordo). Lui mi avrebbe voluto, di lì a poco, ne Le cinque rose di Jennifer, per interpretare il ruolo di Anna, ma io all’epoca insegnavo ancora, e non ho potuto accettare. E’ così che mi è rimasto dentro questo desiderio insoddisfatto, questa mancanza, di non aver mai recitato un testo suo. Solamente in radio mi è capitato di fare Le cinque rose di Jennifer, con la regia di Antonio Capuano, nella doppia parte di Anna e di Jennifer. Questa è stata l’unica cosa che mi sono permesso di fare. Ragazze sole con qualche esperienza, invece, quando Annibale è morto, l’ho lasciato lì, da parte, e solo dopo vent’anni la commedia è stata riportata in scena da Geppy Glejeses e Gennaro Cannavacciuolo.
Quello che ci univa era questo senso dell’estrema mutabilità della lingua teatrale napoletana, questa possibilità di affacciarsi su universi linguistici e semantici differenti. Entrambi venivamo poi dallo stesso ceppo culturale, da una laurea in filosofia.
Tornando a Compleanno, è difficile presentare un autore attraverso un altro autore. In qualche modo, immancabilmente, l’autore presente, l’autore vivo, dirà la sua, rispetto a quello che non c’è. Però è proprio questa la bellezza, l’assenza che diventa presenza, e viceversa. Volutamente io non metto un confine, non dico «questo è suo, questo è mio»; si intuisce, più o meno, il gioco delle voci, le mie, le sue, o anche di altre figure che appartenevano al nostro immaginario, alle nostre vite. Compleanno è il tentativo di restituire un autore scomparso troppo presto, un attore anche scomparso troppo presto, attraverso l’esistenza, la vita di un altro, che in qualche modo è tenuto a testimoniare di questa vita che non c’è più.

Nelle note di regia si parla dell’assenza e del delirio...

La concezione che io ho della scrittura teatrale è una concezione visionaria e delirante, proprio perché ha una radice poetica. La poesia non spiega, la poesia tutt’al più può suggerire, alludere. A me piace un teatro che non dica, un teatro che faccia immaginare, che non spieghi: che c’è da spiegare, in fondo, il teatro «è». Certo, ci sono dei tratti narrativi in quest’assolo, in questo che è poi una sorta di blitz-show di cinquanta minuti, e che è una sequela ininterrotta di sonorità, accompagnate da movenze, gesti, danze. Ci sono dei momenti in cui c’è un minimo in più di narrazione (l’episodio del maniaco, di Pagnottella, il casino della signora Zina), frammenti che neanche io so di che cosa.
Compleanno è uno spettacolo che ha vent’anni: io l’ho scritto nel novembre dell’86, Annibale era morto nel settembre dello stesso anno, all’età di trent’anni.  Non amo dire di più anche perché, rispetto all’ascoltatore, allo spettatore, io lascio molta libertà di immaginazione. Dopo tutto c’è Ruccello, però può anche essere che si affacci qualche altro fantasma nella mente dello spettatore. Tante volte mi hanno detto cose diverse rispetto a quello che immaginano o a quello che possono pensare sia un rapporto scenico tra queste figure. Parlare di Compleanno è difficile anche per un altro verso. Mi è capitata la stessa cosa quando ho messo in scena Copi. Copi è un autore che in Italia è conosciuto pochissimo, allora non solo si doveva fare il discorso di Moscato, ma il discorso di Moscato su Copi. L’Italia è un paese estremamente ignorante per quello che riguarda la letteratura teatrale, a stento conoscono Eduardo perché è diventato un santino, ma i grandi autori del teatro contemporaneo sono pressoché sconosciuti in Italia.
Incuriosire lo spettatore, aprirgli le mente rispetto a un’ipotetica conoscenza di Ruccello affrontando i suoi testi, questo può essere un altro compito. Ci sono citazioni da Le cinque rose di Jennifer, da Week end, da Notturno di donna con ospiti. Può servire ad un ragazzo, ad un giovane che si interessi di drammaturgia e che va a leggersi Ruccello. Poi, magari, viene a vedere lo spettacolo e cerca di decodificarlo in modo più maturo.



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