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Elisabetta Pozzi

Incontro con:

Elisabetta Pozzi
di
Marcello Manuali



(Perugia, Teatro Morlacchi, 18 gennaio 2006)




Lei ha affermato che ci sono momenti, nella vita di un attore, in cui si incontrano personaggi che sembrano aspettarti, e che Ellida de La donna del mare è uno di questi. Come si è accorta di questa presenza che la stava, in qualche modo, aspettando?

Conoscevo ovviamente La donna del mare ma non l’avevo mai letta per poi interpretarla. Al tempo in cui cercavamo un testo da mettere in scena la rilettura, consapevole del fatto che poi l’avrei interpretata, mi ha spinto a cercare tra le righe quel qualcosa che stavo aspettando. E che era aver la possibilità, con un personaggio, di non raccontare tutto ma di lasciare molto in sospeso: Ellida è una «malata», una che soffre di quello che oggi si può chiamare schizofrenia; è una donna divisa, una donna che deve scegliere e che non sa scegliere, una donna «abitata» da queste forze contrastanti che la dilaniano. Questa patologia di Ellida non si può raccontare veramente fino in fondo, tra le righe ci sono battute sospese che possono non dire assolutamente nulla e che, contemporaneamente, si possono caricare di tantissimo. Ellida non è un personaggio che racconta del razionale, ma dell’irrazionale, dell’ignoto, dello sconosciuto. E’ questo che mi ha incuriosito di lei. E’ un personaggio del non detto, in cui, in quel poco spazio che l’autore le concede (poco per modo di dire, perché le battute sono tante ma, in realtà, meno di tante altre protagoniste), Ellida vive di sospensione, vive di pause, di sospiri, di cose che non si riescono veramente a definire. 

La donna del mare è un testo di Ibsen poco rappresentato, molto difficile. Si pensa a La donna del mare e si pensa a Eleonora Duse, ma giusto come suggestione, come ricordo. Nel testo Ellida e lei in scena non siete esattamente la stessa cosa, sia per età che anche per modo di essere: Ellida è un po’ diversa da come l’avete impostata lei e il regista...

Io devo dire che non m’immagino mai come sia Ellida: Ellida è, ogni volta, l’attrice che la porta in scena. E’ chiaro, probabilmente io ho un’età maggiore di quella di Ellida nel testo (ci sono dei riferimenti, rispetto alle figlie di Wangel, in cui lei non ha un’età troppo diversa da quella della figlia più grande, neanche trent’anni si presume). Ma il problema non è questo. Ellida, da come è scritta, non si capisce bene chi sia. Nora, di Casa di bambola, è molto più identificabile, uno si può creare più facilmente l’immagine di una Nora, indipendentemente da chi poi l’ha fatta. Ellida è un personaggio veramente sfuggente, è una donna-pesce, quasi, una donna di cui non si riesce ad afferrare niente. Inoltre, nel momento in cui la conosciamo, si trova nel momento della propria scelta, tra il dover rinunciare ad un suo istintivo essere e, invece, a far sua quella capacità di star dentro ad una struttura borghese, ad una famiglia, che la porterebbe a rinunciare a sé stessa. Cogliendola in quel momento lì, è davvero difficile immaginarsela un’Ellida. La donna del mare è stato messo in scena l’anno scorso. Esistevano già allora dei punti non risolti, non chiariti fino in fondo, e che stiamo cercando di risolvere. E’ uno spettacolo di cui non posso parlare molto, se non facendolo. 

Un personaggio così è una sfida maggiore per chi lo interpreta, forse anche un gusto maggiore...

Esatto. Innanzitutto perché devi «darla a bere» al pubblico. Perché il pubblico, purtroppo, con un dramma di questo genere del 1888, non sa bene come rapportarsi: da un lato vorrebbe vedere, appunto, la grande interpretazione dell’attrice; poi, appena vede questa che si abbandona a dei gridolini, che fa la pazza, aggirandosi per il palcoscenico, si imbarazza, magari si mette a ridere. Quello che sto cercando di fare è di dare credibilità a una follia, a una demenza da un certo punto di vista, a una perdita di senso, a una perdita di equilibrio, a quelle patologie che oggi sono molto comuni, comuni a tanti di noi; e proprio perché ci sono comuni, e le conosciamo, cerco di dare a queste patologie una credibilità riconoscibile dal pubblico (ci provo, magari non ci riesco), a dare una vera concretezza nella follia, di farmi credere, di far credere a questa angoscia che piano piano prende Ellida. Per far credere all’angoscia bisogna mettersela addosso, in qualche maniera, bisogna implicarcisi. E’ un discorso difficile proprio perché siamo in un territorio fatto di nulla: Ellida davvero non è un personaggio che si può definire; è un personaggio che vive di umori, di momenti, che si aggrappa alle cose più incredibili. Ellida esprime la follia di una donna che si vede davanti un uomo conosciuto dieci anni prima anche se lui non c’è e che poi, improvvisamente, lo vede veramente di fronte a sé e non lo riconosce. Come raccontare tutto questo? 








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