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Claudia Koll

Incontro con:


Claudia Koll
di
Marcello Manuali


(Perugia, Teatro Morlacchi, 16 dicembre 2006)



Come si è avvicinata al personaggio di Edna in Prigioniero della seconda strada, come lo ha incontrato, il primo incontro, come ha cercato di lavorarlo?

Nella commedia di Neil Simon, che è stata scritta negli anni settanta, il personaggio di Edna ha un carattere forte, un piglio, è anche uno specchio degli anni settanta dove la donna cercava un rapporto paritario, dove cercava il confronto diretto con l’uomo. In fase di lavorazione io ho sentito di andare in un’altra direzione e man mano che ho portato in scena il personaggio ne ho avuto anche conferma, nel cuore, che Edna è una donna diversa, secondo anche come è stato costruito, giorno per giorno in fase di prova; è una donna paziente, che sopporta, che cerca di capire, di comprendere e, soprattutto, è una donna che ama quest’uomo che entra in crisi, in depressione e che non ha, di conseguenza, questa forza nel rispondere che porterebbe al litigio sicuro. Ha, invece, un battibecco che dilania dentro perché non porta la pace, non porta l’amore. Se c’è rabbia non puoi metterci sopra altra rabbia perché non si troverà mai la pace e il punto di incontro. Il personaggio di Edna ha, inoltre, anche un riflesso della mia esperienza, del mio vissuto.

Questo volevo chiederle. Mi sembra, da quello che ho letto, che nell’incontro tra queste due donne, tra Edna e lei, forse quella che ha dato di più è stata lei, lei ha preso di meno dal personaggio e il personaggio ha preso di più da quella che, in questo momento, è la sua esperienza umana...

Sicuramente, sì. In un momento di sofferenza, quando non ero in grazia, quando non ero una buona cristiana, ho avuto bisogno, mi sono trovata da sola a dover affrontare una situazione difficile, più grande di me, e ho chiesto aiuto al Signore, che ha avuto compassione, si è piegato sulla mia debolezza e mi ha rialzata, perdonandomi. Ho fatto esperienza della misericordia, questo amore di Dio gratuito che si piega sempre verso chi è debole. Non posso, quindi, interpretare il personaggio di Edna dimenticandomi della mia esperienza, del mio vissuto. Se mai, sono chiamata a mettere nel personaggio di Edna la mia esperienza, comprendere che, se Dio è misericordioso e lo è stato con me, anch’io lo devo essere verso chi soffre, verso chi è debole. Se il Signore è stato così misericordioso e ha avuto la delicatezza e la dolcezza di rialzarmi, anche se non ero in grazia, non ero una buona figlia, non posso infierire su chi è debole, devo cercare di comprendere e di aiutare chi è in difficoltà, attraverso l’amore, così come ne ho fatto esperienza. Ho utilizzato questa possibilità, allora, per essere un segno, una piccola luce, per mostrare una via che non sempre è facile, è praticabile, se non si ha la fede, se non si attinge amore dalla sorgente che è Dio. Con le nostre possibilità spesso non ce la facciamo da soli ad andare contro noi stessi e a rinunciare a parlare, a tacere, ad avere pazienza, quando invece magari vorremmo rispondere. È solo Dio che ci dà la forza e l’amore per amare gli altri, fino in fondo.

Questo suo stato di grazia è importante per lei quando è in scena? Come attrice è un qualcosa in più?

Sicuramente. Io oggi vivo il mio mestiere diversamente. Cerco di non utilizzare più il mio modo di lavorare di un tempo, che era più complicato. Spesso facevo meditazione prima di andare in scena, oggi invece il Signore mi ha semplificato dentro. Gesù dice che se non ritornerete come bambini... Lui ti semplifica la vita, ti fa vedere con altri occhi. Quindi cerco di essere e basta, in scena. Sicuramente prego, prima di andare in scena, chiedo aiuto al Signore, alla Sua presenza, al Suo Spirito Santo.

L’attore è uno strumento per definizione, dovrebbe essere più neutro possibile. Questa sua presenza spirituale così forte non rischia di essere un ostacolo, di limitarla, anche dovendo lavorare su personaggi che non sono in linea con lei?

Guardi, io non credo che l’attore debba essere neutro, perché non ci credo. Credo che l’attore porti il suo bagaglio, la sua esperienza, non può raccontare quello che non sa. Porta quindi se stesso. La seconda cosa è che io so che non posso più interpretare certi personaggi, perché mi fanno male dentro, e non ho voglia di farmi del male. Prendo il mio lavoro, adesso, da un altro punto di vista, portando appunto il mio cuore, cercando di portare luce e amore attraverso i personaggi che scelgo. Sicuramente non posso più interpretare personaggi negativi.

Questo non le manca?

No, il male non mi manca.

Non come donna, ma come attrice... L’attore dovrebbe trovare maggiormente interessante e stimolante poter interpretare personaggi che sono all’opposto di quello che lui è...

No, le assicuro che non è così. Anzi, attraverso il mio mestiere io posso anche guarire, oggi. Posso crescere e, ogni sera che vado in scena, sto sperimentando qualcosa, sto crescendo anche personalmente. Se si sceglie il bene ci si arricchisce sempre. Se si sceglie il male questo non può farci star bene, se mai ci ferisce. Questo lo dico anche perché il mio modo di lavorare è sempre stato quello dell’immedesimazione, dell’interpretare il personaggio cercando di viverlo. Quindi, se bisogna piangere piangere veramente, se bisogna ridere ridere veramente. Le assicuro che non fa bene, quando si vive in questa maniera un personaggio, interpretare un personaggio negativo, perché in qualche modo dentro ti ferisce.








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