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Claudia Cardinale

Incontro con:


CLAUDIA CARDINALE

di Marcello Manuali



(Città di Castello, Teatro degli Illuminati, 27 marzo 2007)



Vorrei che lei provasse a raccontarmi un po’ questo suo incontro con Amanda Wingfield, la chimica che si è creata fra di voi, le cose che le ha detto Amanda, le cose che ha chiesto lei ad Amanda...

Amanda è una donna che pensa sempre al passato, a tutti gli innamorati che ha avuto (lei si era innamorata di un piccolo impiegato dei telefoni, ma questo, dopo aver avuto i due bambini, se ne era andato, abbandonandola). Ha una durezza esteriore, un’aggressività, che nascondono questa sua fragilità, la disperazione che porta in sé. Questa commedia è la vera storia di Tennessee Williams: Tom è Tennessee, che se ne è andato di casa, esattamente come ha fatto il padre; la figlia, Laura, è la sorella di Tennessee, handicappata, e io sono la madre. Lui, qui, ha ricostruito un po’ la sua vita.

Prima la sentivo un attimo, lì in palcoscenico, mentre provava. Mi ha colpito questa sua voce così caratteristica. Credo che abbia lavorato anche su quella, sul timbro suo personale, per...

Il regista, Andrea Liberovici, non ama che noi declamiamo, e per questo abbiamo dei microfoni, che ci consentono di usare i mezzi toni. Per me è molto meglio, perché io ho una voce molto bassa. Non sono un’attrice di teatro. A me piace parlare basso, con la mia voce. Qui ho la possibilità.

Amanda è un personaggio molto sfaccettato, molto coinvolgente. Un’attrice cosa prova, dopo averlo portato in scena, anche da un punto di vista emotivo?

Questa è la seconda volta che interpreto Tennessee. Due anni fa, a Parigi, al Théâtre de La Madeleine, ho portato in scena La dolce ala della giovinezza. Quello era un personaggio assolutamente pazzo, una donna isterica, drogata, ubriaca. Io sono una che ama molto la concentrazione. Arrivo in teatro sempre due o tre ore prima, mi metto dietro il sipario per mezz’ora precisa per distaccarmi da me stessa e diventare l’altra. Questo mi aiuta. Se non faccio questo non è possibile. A me piace la trasformazione Al cinema ho interpretato personaggi sempre molto diversi, dalla puttana alla donna del popolo alla principessa. Quello che amo è proprio questo, la trasformazione, diventare l’altra.

Sì, per un attore credo che interpretare l’opposto di quello che è sia forse la sfida più bella ma anche la soddisfazione più grande...

Certo. Io non ho mai fatto me stessa. Mi appartiene quello che io sento. Per fare questo mestiere devi essere, prima di tutto, molto forte, non perdere la tua identità, perché, se sei fragile e interpreti tutti questi personaggi, poi non sai più chi sei. Questo è molto importante, essere forte. E poi, a me, quello che piace è proprio trasformarmi, è quello che mi diverte.

Cosa dà il teatro ad un’attrice di cinema, ad un’attrice che ha fatto così tanto cinema e che, adesso, si sta buttando sul palcoscenico?

E’ incredibile. Io ho rifiutato sempre di fare teatro. Anche Strehler me lo aveva chiesto, tanti anni fa, mi avevano anche chiesto di fare una commedia musicale a New York, ma io ho sempre rifiutato. Dicevo: “con questa voce, ma chi mi sente?”. Poi Maurizio Scaparro e Pasquale Squitieri sono riusciti a convincermi, e ho interpretato La venexiana. E lì ho scoperto che non è vero che è monotono, che fai sempre la stessa cosa. Ogni sera, a seconda del pubblico, della reazione del pubblico, tu ti trasformi. Non è una ripetizione.



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