Home
Il Centro
 Chi Siamo
Organizzazione
La Biomeccanica
 Cosa è
La Tecnica
Applicazioni
Programma Pedagogico
Materiale didattico
 C.M. Paternò
V. E. Mejerchol'd
N. Kustov
G. N. Bogdanov
Biblioteca
Videoteca
Dispense
 Dispense della Prof.ssa Tuscano
Biografia Mejerchol'd 
Intervista a Gennadi Bogdanov
La Biomeccanica Teatrale: un nuovo vecchio sistema
Incontri
 Franco Castellano
Giuliana Lojodice
Ugo Pagliai
Mario Perrotta
Carlo Giuffrè
Arnoldo Foà
Elisabetta Pozzi
Mario Scaccia
Paola Cortellesi & Massimiliano Bruno
Paola Borboni
Franca Valeri
Ferrucccio Soleri
Angela Finocchiaro
Eros Pagni
Claudia Koll
Gabriele Lavia
Marco Foschi
Lella Costa 2
Lella Costa
Giulio Bosetti
Paolo Poli
Anna Marchesini
Rossella Falk
Paolo Ferrari
Enzo Moscato
Pippo Delbono
Gennadi Nikolaevic Bogdanov
Filippo Timi 2
Filippo Timi
Ileana Ghione
Giorgio Albertazzi
Alessandro Gassman
Claudia Cardinale
Ascanio Celestini
Franca Nuti e Giancarlo Dettori
Calendario dei Corsi
 2011
2010
2009
2008
2007
2006
2005
2004
Spettacoli
 2010
2009
2008
2007
2006
2005
2004
2003
2002
2001
2000
1998
Studio Obraz
 Cosa è
Spettacoli
Mappa del sito
Link Utili
Login / Logout
Tieniti aggiornato:

iscriviticancellati

Per informazioni




Carlo Giuffrè

Incontro con:

Carlo Giuffrè
di
Marcello Manuali



(Perugia, Teatro Morlacchi, ottobre 1998)





Natale in casa Cupiello era assente dai palcoscenici italiani da 22 anni, esattamente dal 1977. Vivo Eduardo, lo portava lui in scena. Morto Eduardo, nessuno ha più avuto il coraggio di affrontarlo. Potremmo definire questa, quindi, come una prima assoluta. Cosa rappresenta questo momento per lei?

Eduardo aveva detto che questa era la commedia che rappresentava un po’ il suo testamento morale, l’essenza poetica della sua drammaturgia, il leitmotiv della sua anima d’autore. Questa commedia nasce nel 1931 come atto unico ed è l’unico caso in cui, in Eduardo, un atto unico si è poi sviluppato in commedia intera. E’ una commedia alla quale lui era attaccato moltissimo, l’ha sempre vissuta, recitata più di tutte le altre. La cosa curiosa è che la commedia è nata a Napoli nel 1931 ed è morta a Napoli, con lui, nel 1977. E’ da allora che non si recita. Sembrava che Luca De Filippo non dovesse più darla a nessun altro, che se la riservasse per quando fosse diventato più anziano. Io, avendo già fatto Napoli milionaria, La fortuna con la effe maiuscola, Le voci di dentro, Non ti pago, mi sono, come dire, allenato per affrontare questa che è la commedia più difficile in quanto quella che sta maggiormente nella memoria collettiva: la gente la ricorda a memoria, sanno tutto, guai a spostarla, guai a cambiarla. Io devo, invece, appropriarmene, farne una cosa mia. Siccome abbiamo già fatto alcune recite finora di rodaggio, una decina, io ho resocontato a Luca dell’andamento, del successo ottenuto, gli ho scritto un biglietto. Lui mi ha risposto proprio oggi, dicendomi: «Caro Carlo, desidero ringraziarti della lettera che mi hai voluto inviare e sono felice delle lusinghiere notizie che mi dai della andata in scena del ‘tuo’ Natale in casa Cupiello. Dico ‘tuo’ con affetto e con la profonda convinzione che ogni allestimento di uno spettacolo è non solo la rappresentazione di un testo ma anche una nuova interpretazione dello stesso, in quanto passa attraverso la sensibilità di ogni singolo partecipante alla messa in scena. Ti auguro un grandissimo in bocca al lupo. Sono sicuro che il testo è in buone mani, non fosse altro che per l’amore e la passione, la serietà, la grande professionalità e non dico altro per scaramanzia con cui affronti ed hai sempre affrontato il tuo lavoro». E’ una commedia, questa, arrivata proprio al momento giusto.

Lei diceva di temere la memoria collettiva. In effetti, e io mi ci metto per primo, sarà difficile in teatro dimenticarsi di come la faceva Eduardo, di come la faceva Pupella Maggio, dimenticarsi le loro voci, le inflessioni. Come ha risolto questa sfida, come ha deciso di differenziarsi dall’interpretazione di Eduardo?

Io ho assimilato Eduardo fino all’identificazione, è stato quasi una specie di passaggio, di transfert. Non so neanch’io come tutto questo è avvenuto, ma è certo che sono riuscito ad appropriarmene completamente. Non mi rendo conto, non so cosa faccio quando recito Eduardo: so che recito una commedia, una commedia grande, una commedia di un’emozione enorme, di un’emozione che rimane nell’animo di chi l’ha vista. Ho scritto nel programma di sala: «Perdonate l’ardire. Cari spettatori, so che è difficile e quasi impossibile liberarsi della suggestione e delle emozioni che vibrano ancora nell’animo di chi ricorda questa commedia recitata da lui. Lui era unico, insostituibile, irripetibile». Io sono solo un attore che cerca di avvicinarsi il più possibile all’anima dell’autore. Ma lui era anche un autore e come autore aveva tutto l’orgoglio che le sue commedie venissero recitate, che i suoi messaggi venissero divulgati. Il che vuol dire, come dice Luca, che non può finire lì, che il buon teatro deve poter vivere. Ecco, io dico questo e non faccio altro che assecondare la sua volontà, perché lui ha sempre detto: «Spero che le mie commedie mi sopravvivano». Sarebbe stato un guaio, altrimenti, averle recitate in quel modo così affascinante, così carismatico, così perfetto e poi doverle lasciare lì. Lui è il Molière del nostro secolo. Però di Molière ognuno ne fa quello che vuole, perché non ci sono registrazioni, e ognuno lo interpreta in un modo. Io mi sono tenuto molto vicino al modello, ovviamente, sapendo recitare Eduardo, avendolo assimilato, ma questo è soltanto un fatto di interpretazione, in quanto il compito dell’attore è quello di intuire le intenzioni dell’autore. Ora, qui c’è poco da intuire perché Eduardo lo mostra il personaggio, lo recita, quindi bisogna recitarlo così, solo così: se si recita diversamente si sbaglia. E non è un’imitazione: io, nella mia carriera, ho recitato di tutto, Shakespeare, Ibsen, Molière, Patroni Griffi, Turgenev... e non c’è traccia di Eduardo in questi personaggi. Eduardo lo ritroviamo quando recito Eduardo. Io recito il personaggio. Se qualcuno continua a dire «l’imitazione»... Non è un’imitazione. Lo sa che Stanislavskij, quando metteva in scena le commedie di Čechov, gli scriveva due o tre lettere al giorno, per sapere com’era Nina, come doveva muoversi, cos’aveva di caratteristiche, di peculiarità, com’era fisicamente, cosa pensava... voleva sapere il più possibile l’autore come ha immaginato il personaggio. Eduardo lo ha recitato... Se io interpretassi un personaggio di Čechov, Goldoni o altro che lui avesse recitato e lo interpretassi uguale a come lo faceva lui, allora farei un’imitazione. Io, quando recito Pirandello, cerco di avvicinarmi a quello che Pirandello, secondo me, vuole intendere. Quando recito Eduardo io devo recitare soltanto così. Chi non lo recita così, come quel grandissimo attore che era Enrico Maria Salerno, al quale Eduardo dette Questi fantasmi negli anni ottanta, lo recita in un altro modo e non ha più il sapore che deve avere il personaggio; così la Filumena Marturano della Moriconi... Io ho questo vantaggio, di conoscerlo; un vantaggio che non è neanche di tutti i napoletani. Evidentemente, chi lo sa, come mai mi è entrato proprio nel sangue fin dal primo momento... Lo so fare.

E’ un esilio che è durato anche troppo per Natale in casa Cupiello, 22 anni per una commedia sono tanti. E’ giusto che le commedie vengano riproposte...

Sarebbe un tempo normalissimo se non fosse stato mandato in televisione per vent’anni, quasi ogni anno, a Natale, fino a pochi anni fa: è nel DNA degli italiani, questa commedia...

Eduardo, in qualche suo scritto, parla di Luca Cupiello e lo paragona a S. Francesco, il poverello di Assisi; parla dell’innocenza, della purezza, parla del presepe come di un rito religioso che Luca Cupiello officia. Luca Cupiello è veramente così innocente? Questo suo estraniarsi dalla famiglia, dalla realtà, non lo rende corresponsabile del fallimento di casa Cupiello?

Qui sta l’ambiguità dei personaggi di Eduardo, che sono sempre gli stessi, nel senso che i grandi autori scrivono sempre la stessa cosa. Fellini fa un solo film, Bergman fa un solo film, Chaplin fa un solo personaggio. Questo è sempre il personaggio che aspira al bene, che rifiuta le realtà cattive e si rifugia in questa sua estraneità, come se non volesse realmente prendere atto della realtà. Così in Napoli milionaria, quando torna reduce e la famiglia fa il contrabbando e lui non capisce perché... E’ venuta fuori questa dicotomia, questa possibilità di discutere e di disapprovare un personaggio che sfugga la realtà. Questa è la prima commedia che ha dato il via a questo tipo di personaggio e che vediamo poi in tanti altri, l’angelicità, il non accettare il male. Eduardo era in buona fede, aveva 31 anni quando ha scritto questa commedia, era quasi un ragazzo. Io capisco come tutto questo nasca da una volontà autentica di un autore che cerca di descrivere il contrasto fra chi vive nel bene e chi vive nel male. Siamo tutti vittime e carnefici allo stesso tempo, nessuno è responsabile, la vita va avanti così. In Napoli milionaria la donna non ama più il marito, deve per forza fare il contrabbando per sopravvivere... non sono mica quelli i demoni, ma neanche lui è angelo. Sono tutti giustificabili i personaggi. Lui, nel 1977, quando l’aveva fatto per l’ultima volta, si era pentito di questo. Diceva: «Luca deve morire punito dal fatto che non può vivere incantato dal presepe che è un bene borghese, lo facevano i Borboni, è una droga che lo allontana dalla realtà». Io non voglio assolutamente prendere questa strada. So che in lui c’era questa necessità, questa esigenza di richiamare i sentimenti buoni, e oggi più che mai ce n’è bisogno. Il presepe è un emblema, un simbolo che rappresenta il buono: i personaggi sono tutti fermi, ognuno al proprio posto, non ci sono scontri, non ci sono conflitti. La conflittualità della famiglia Cupiello è una conflittualità d’amore, la necessità di comunicare in quel modo. Magari gli svedesi sembrano più tranquilli perché non parlano, però magari dentro soffrono di più. Questi litigano ma comunicano, questa è la verità. Io sono ritornato all’Eduardo giovane, a quando lui sosteneva che chi non guarda il presepe è peggio per lui, sta male. Quando alla fine il figlio dice la frase «Mi piace il presepe», allora Luca può morire felice perché è riuscito a sistemare tutto, ha trovato a chi passare il testimone. Io lo metto addirittura a guardia del presepe, Tommasino, come a difendere quello che il padre gli ha insegnato e gli ha lasciato in eredità. Il presepe per Luca è il paradiso: io lo faccio morire con questa luce dall’alto che sembra quasi un anticipo di paradiso. In certi momenti sembra Čechov, perché è proprio un racconto di sentimenti, un sottofondo di malinconia a tutti i lazzi, i giochi burleschi... Eduardo si affidava solo alla sua grande bravura, al suo carisma e lasciava un po’ andare gli altri personaggi, riciclava tutto lui. Io, non essendo Eduardo, ho dovuto ricorrere ad altro, ho usato anche artifici, per esempio la musica, degli effetti di luce, delle cose che lui da solo riusciva a fare. Io sono solo un suo allievo che cerca di servirlo bene.




Powered by: Nukedit 2017

C.I.S.Bi.T. Via Floramonti n°9 06121 Perugia Italia
Tel/Fax: 0039 (0)75 5721238 Mobile Phone: 0039 347 0798353
Generated in 0 seconds.
4363 visits