Home
Il Centro
 Chi Siamo
Organizzazione
La Biomeccanica
 Cosa è
La Tecnica
Applicazioni
Programma Pedagogico
Materiale didattico
 C.M. Paternò
V. E. Mejerchol'd
N. Kustov
G. N. Bogdanov
Biblioteca
Videoteca
Dispense
 Dispense della Prof.ssa Tuscano
Biografia Mejerchol'd 
Intervista a Gennadi Bogdanov
La Biomeccanica Teatrale: un nuovo vecchio sistema
Incontri
 Franco Castellano
Giuliana Lojodice
Ugo Pagliai
Mario Perrotta
Carlo Giuffrè
Arnoldo Foà
Elisabetta Pozzi
Mario Scaccia
Paola Cortellesi & Massimiliano Bruno
Paola Borboni
Franca Valeri
Ferrucccio Soleri
Angela Finocchiaro
Eros Pagni
Claudia Koll
Gabriele Lavia
Marco Foschi
Lella Costa 2
Lella Costa
Giulio Bosetti
Paolo Poli
Anna Marchesini
Rossella Falk
Paolo Ferrari
Enzo Moscato
Pippo Delbono
Gennadi Nikolaevic Bogdanov
Filippo Timi 2
Filippo Timi
Ileana Ghione
Giorgio Albertazzi
Alessandro Gassman
Claudia Cardinale
Ascanio Celestini
Franca Nuti e Giancarlo Dettori
Calendario dei Corsi
 2011
2010
2009
2008
2007
2006
2005
2004
Spettacoli
 2010
2009
2008
2007
2006
2005
2004
2003
2002
2001
2000
1998
Studio Obraz
 Cosa è
Spettacoli
Mappa del sito
Link Utili
Login / Logout
Tieniti aggiornato:

iscriviticancellati

Per informazioni




Arnoldo Foà

Incontro con:

Arnoldo F
di
Marcello Manuali




(Todi, Teatro Comunale, 16 novembre 2003)



Chi è Novecento, visto attraverso gli occhi di Arnoldo Foà?

Il mio personaggio è quello di Tim Tooney, il trombettista nell’orchestra che esegue i ballabili nella sala grande di prima classe e anche in quella piccola di seconda classe, e che va a suonare così appena appena in mezzo agli emigranti per consolarli un po’. Novecento è questo personaggio strano, quasi incredibile, di un bambino che viene abbandonato da quelli della terza classe nella sala da ballo della prima classe su un pianoforte a coda (nella speranza forse che sia preso da qualche signore e diventi anche lui signore) e rimane su questa nave per tutta la sua vita, fino a finire insieme alla nave, sapendo che finirà insieme alla nave, e non ha il coraggio di scendere a terra perché la terra è una tastiera infinita che lui sente di non poter riuscire a suonare e a comporre quelle strane musiche che lui compone e che sono un po’ un derivato di quello che ascolta dagli emigranti, canzoni e musiche fatte con l’ocarina, con l’armonica a bocca e canti vari. Lui non è che le compone, fanno parte della sua anima: impara a suonare non si sa come, Novecento, perché sparisce, ad un certo momento, non lo trovano più, pensano che sia addirittura scomparso, e in questi pochi giorni che lui rimane solo, nascosto, impara a suonare il pianoforte. Gli vengono fuori delle musiche strane, delle musiche che sono praticamente dei sentimenti. Questo personaggio è un personaggio piuttosto strano, devo dire, un’invenzione di Baricco molto fantasiosa e intelligente. La storia di questo personaggio viene raccontata da questo Tim Tooney, trombettista in questa piccola band che suona sulla nave e il quale è diventato amico di Novecento. Non soltanto da parte di Novecento, ma anche da parte di Tim Tooney, la tromba, c’è stata una sorta di unione spirituale. Certamente il personaggio che io faccio non è all’altezza di Novecento, né come musicista né come ideatore della sua vita, tant’è vero che lui finisce in mezzo alla guerra e non sa più come cavarsela. Novecento, invece, sa come cavarsela: morendo. Quindi è un personaggio che ha coscienza della propria vita, della propria mentalità, della propria intelligenza, mentre invece Tim Tooney non ha tutto questo e dipende dal ricordo di Novecento: la sua vita della vecchiaia, questa sua vita disperata, in mezzo alla guerra, in mezzo alle difficoltà... dice che per un trombettista che si trova in mezzo alla guerra non ci sono molte cose da fare perché suonare la tromba in mezzo alla guerra non serve a niente... mentre invece in un certo senso Novecento sa come fare a finire la sua vita e a compirla, pensando a tutti i desideri che ha avuto nella sua vita e che, via via, riesce ad estinguere, rimanendo praticamente solo con sé stesso e con la sua musica, la quale finisce anche questa con una sola nota che lui riesce a suonare al pianoforte. Questa è la storia. Devo dire che, quando mi è stato offerto di fare questo monologo, lì per lì ho avuto l’impressione che non potesse interessare molto al pubblico. Ho visto anche l’esecuzione che ha fatto, prima di me, Eugenio Allegri, per il quale è stato scritto questo testo, e che è stata filmata. Non dico che Allegri fosse meno bravo di me, non dico questo, ma evidentemente la regia di Vacis aveva ricercato, nello spettacolo di Allegri, aveva ricercato qualcosa in più di quello che il testo stesso può proporre al pubblico e che, con me, ha invece rinunciato a fare: perché è soltanto idea, quella che viene contenuta in questo monologo, sono idee, sono sentimenti, sono momenti; non c’è bisogno di illuminarli con scenografia. La scenografia serve, serve sempre anche per distrarre un momento il pubblico; ma io ho visto che, muovendomi pochissimo, agendo pochissimo, facendo pochissime cose, il pubblico assorbe questo monologo con un’intensità straordinaria. Questo glielo dico perché io stesso sono stato sorpreso dall’accoglienza che il pubblico ha dato al mio spettacolo. Questo non glielo dico per gli applausi che sono venuti e che sono straordinari. Certo, dipende anche da me, certamente, anche perché sennò il monologo non sarebbe stato realizzato. Baricco stesso mi ha scritto una lettera in cui mi dice che la mia interpretazione gli ha dato esattamente la sensazione che lui ha avuto mentre scriveva questo monologo. 


Baricco definisce questo monologo come una cosa a metà tra la messinscena e un racconto da leggere ad alta voce. Forse in questo caso la sua voce può essere uno strumento ideale, anche da un punto di vista timbrico, per contribuire alla magia...

Lo sapevo che anche lei sarebbe caduto in questa cosa che a me dà un fastidio terribile. Io sto facendo delle dizioni poetiche di Leopardi insieme ad un pianista e in locandina c’è scritto «la voce di Arnoldo Foà, al pianoforte...». Allora mettiamo «dita del maestro tal dei tali», se io sono voce... La  voce da sola non serve a niente, mi creda: certo, se un attore fosse assolutamente senza voce, dovrebbe essere un mimo e allora farebbe altri spettacoli e non quelli che faccio io. Io penso sia piuttosto la testa, l’anima, la sensibilità che dà quel qualcosa alla voce e che le consente di arrivare al pubblico, ma non la voce. Sì, ringrazio Iddio di avere avuto una bella voce, mio padre ce l’aveva, mia madre lo stesso, mio fratello ce l’ha uguale alla mia, un pochettino più alta tant’è vero che, quando eravamo piccoli, lui cantava le note giuste e io facevo il controcanto, ma non credo che sia la voce che mi ha dato tutto il successo che ho avuto. Siccome io sono ricordato come la voce della radio, la voce della televisione, credo sia piuttosto la bravura...

Quello era sottinteso, non volevo assolutamente dire il contrario... Forse è la bellezza della voce che, per una favola, per una storia, può essere una componente...

Non credo. No, questo non lo credo assolutamente. Io, in questi casi, cito sempre un attore che parlava tutto nasale, storpiando la dizione: la voce certo non era niente di che, però era un attore straordinario. Dio mio, adesso non mi viene in mente come si chiama, l’età purtroppo mi punisce facendomi dimenticare tante cose che dovrei ricordare molto bene... Niente, non mi viene.

Purtroppo non riesco ad aiutarla...

C’era poi un altro attore che non aveva nessuna voce importante, al quale mancava la s, che metteva la t al posto della s e parlava tutto così. L’avevo visto in uno spettacolo comico ed era bravissimo. Due anni dopo l’avevo rivisto in uno spettacolo drammatico ed era meraviglioso. Le giuro che la voce non c’era. Non solo, ma c’era questo difetto di pronuncia che era piuttosto fastidioso. Eppure era straordinario. Mi creda, la voce non c’entra.




Powered by: Nukedit 2017

C.I.S.Bi.T. Via Floramonti n°9 06121 Perugia Italia
Tel/Fax: 0039 (0)75 5721238 Mobile Phone: 0039 347 0798353
Generated in 0,004 seconds.
3800 visits