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Anna Marchesini

Incontro con:

A
NNA MARCHESINI

di Marcello Manuali



Perugia, Teatro Morlacchi, 10 dicembre 2005


La cerimonia del massaggio è il quarto testo di Bennett che lei mette in scena. Qui gatta ci cova, come si suol dire...

Bennett è un autore che mi è piaciuto sempre di più a mano a mano che sono riuscita a tirar fuori qualcosa che, secondo me, somiglia molto a quello che Bennett vuole raccontare: piccole storie di microcosmi, di gente spesso un po’ al margine della vita,  storie di disagio, universi di grandissima sensibilità. In questo racconto (che non nasce per il teatro, come invece i tre monologhi precedenti di Bennett) io ho sentito la voglia di introiettare, di mettere tutte le sue voci, tutti i suoi personaggi, dentro il mio sterno, cercando di rendere questo più voluminoso, più spazioso possibile, e poi di raccontarle di nuovo. E’ una voce che diventa un’orchestra, che diventa un narratore ma anche la voce del narrato, di coloro che sono presenti a questa celebrazione-commemorazione.

Lei, nelle note di regia, afferma che questo spettacolo dovrebbe essere ascoltato con gli occhi e visto con le orecchie...

La possibilità di trarre significati, indizi, da ogni aspetto della vita è legata al fatto che noi non ci accontentiamo di avere soltanto occhi per vedere, ma anche per guardare, orecchie attente, un corpo che possa ascoltare tutto quello che accade in una circostanza. Questo è un po’ Bennett: un orecchio sensibile, amplificato, che riesce a sentire, a percepire e poi a raccontare, nei suoi testi, tutti gli spazi, tutti i sussurri, tutti i movimenti, tutte le voci fuori campo, tutti i sussulti e i movimenti emotivi di una piccola folla, o anche di un interno domestico. Questo è quello che lui fa, ampliando molto (come attiene normalmente agli artisti, agli scrittori e anche agli attori), entrando dentro l’universo umano o sociale con gli occhi di una mosca, con lo sguardo sfaccettato a mille specchi, e poi lo restituendolo. Questo è quello che anch’io cerco di fare.

Esattamente, con quel «condominio di voci», come lei si è definita, che vivono dentro di lei...

La mia aspirazione sarebbe quella di poter essere, che so, un tacchino, un bottone, un cassetto. Poter restituire ogni elemento che partecipa di un piccolo evento, di un fatto; poter essere la voce di qualsiasi foglia, pulviscolo, luce, che entra in un ambito, in un fatto, in un’azione, in un sogno.





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