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Angela Finocchiaro

Incontro con:


Angela Finocchiaro
di
Marcello Manuali

(Perugia, Teatro Morlacchi, 19 novembre 2006)



Mi racconti un po’ questa Laura, per come è passata attraverso di te, la tua sensibilità, il tuo sguardo?

Laura ha questa doppia personalità: da un parte si censura, si tratta male, si limita, continua a giudicarsi, dall’altra diventa una specie di topo, come lei si definisce, una che nella vita non ha alcun genere di iniziativa. In lei si trova un disagio che possiamo ritrovare in molti di noi, fatto di abbandoni, di solitudine, del non sentirsi realizzati, e nel quale io mi sistemo, cercando magari dei paralleli, delle assonanze e andando poi a  svilupparle.

Hai cercato fuori di te, per dare corpo a questo personaggio, nel privato, oppure intorno a te?

No. Si è cercato, con la Cristina Pezzoli, di lavorarlo da un punto di vista, per esempio, di pochissima energia, di pochissima iniziativa anche muscolare. Un personaggio un po’ molle, possiamo definirlo.

Nello spettacolo si ride molto, però poi si intuisce, dietro questo ritratto buffo, la presenza di temi seri, anche drammatici se vogliamo, o che sfociano nella compassione...

Walter Fontana ha questo merito, secondo me, di riuscire a raccontare (lui la chiama una fiaba nevrotica) appunto i disagi, la difficoltà del vivere in una maniera estremamente umoristica, che è, secondo me, un buon modo per raccontare il dolore, il dolore che si può raccontare in questo modo, ovviamente, e che non è sempre tutto. Ci sono momenti, nei quali la gente ride, che sono dei momenti, per me, di comunione con le persone. Si tratta di un testo che io trovo intelligente, perché Walter è un uomo che ha un grande talento nello scrivere e ha un tipo di taglio umoristico bello perché appunto, come dici tu, incrocia un materiale drammatico con un modo di porgerlo estremamente ironico, che è la forma che a me diverte di più. A patto che abbia delle radici, ecco, che non sia fatto solo per dire “va beh, ci divertiamo, tanto per...”, ma che racconti anche una storia.

Il palcoscenico, in questo MISS UNIVERSO, ad un certo punto si affolla sempre di più. Tu come ti ci trovi, in questo guazzabuglio di personaggi?

Mi ci trovo bene. Devo prenderla con calma, perché sennò alle volte uno parla con la voce dell’altro e poi io stessa dico “sono ad un incrocio dove c’è stata un po’ di confusione”...

Si rischia, a volte, di confondersi...

Se la prendo con calma, no. Se comincio a correre... Il problema è che ogni personaggio ha il proprio ritmo, quindi non deve copiare quello dell’altro. Generalmente la prendo con calma e quindi arrivo a portarli avanti ordinatamente come un vigile. Quest’anno mi è capitato di avere avuto un paio di treni che sono passati dove io mi dicevo “e adesso? chi è che deve parlare?”.

Questo cambiare personaggio è solo un fatto di ritmo, di voce, di postura, oppure in te c’è anche qualcos’altro che scatta a livello interiore, come attrice, che poi ti porta su un altro personaggio? Cioè, è una coreografia o c’è qualcosa che va anche oltre?

Ognuno dovrebbe avere la propria storia e il proprio obiettivo. Ci sono poi dei personaggi che sono lavorati di più e personaggi, invece, più corali, che si dipingono più velocemente. Sicuramente la postura e la voce mi indirizzano subito nel poterli dividere e differenziare in una maniera anche semplice, visto che si racconta una storia. Come se a dei bambini tu raccontassi una storia e interpretassi e tutti i personaggi devono avere un loro colore. Per me è la stessa cosa. Poi c’è chi, come dire, è stato studiato un po’ di più, è un po’ più protagonista e ha una possibilità diversa di raccontarsi, e chi invece magari fa un cameo, una partecipazione straordinaria, come gli dei, per esempio, che allora lì sono quasi delle sintesi, in certi momenti, di divertimento.

Ti diverti, ti piace di più fare Laura oppure gli altri personaggi?

Io tendenzialmente sono ingorda, per cui cerco di divertirmi proprio con tutti. Anche quello che ha la parte minore mi piace e ci sono affezionata.

Ce n’è uno, in particolare, che ti piace di più?

No. Ce n’è uno in particolare con cui faccio più fatica, il primo momento quando lo approccio, ed è l’antennista. Dopo, quando è stato fulminato e arriva in Paradiso, mi scorre molto di più. Invece sento che non l’ho completamente messo a fuoco, il primo momento, quando lo presento, e lo sto ancora cercando.

Per una donna, interpretare Dio, come accade a te in scena, che effetto fa?

Bene perché non è Dio, in realtà è uno che fa la manutenzione dell’universo. Sennò sì, penso che magari mi sarei domandata “e già, e adesso?”.





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