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Alessandro Gassman

Incontro con:


Alessandro Gassman
di
Marcello Manuali


(Perugia, Teatro Morlacchi, 26 marzo 2006)


Lei, di questo testo di Bernhard, La forza dell’abitudine, firma la regia, l’interpretazione principale, la traduzione e l’adattamento (insieme a Carlo Alighiero). E’ un progetto che la coinvolge in maniera quasi totale...

Si tratta della mia prima regia. Bernhard è il mio autore preferito e questo è uno dei suoi testi che amo di più: era inevitabile che mi incaricassi anche dell’ideazione dello spettacolo. E’ un progetto a cui pensavo da tempo e che, tre anni fa, ho messo in scena al Festival di Borgio Verezzi, con Carlo Alighiero protagonista: lo spettacolo ebbe un buon successo di critica, grandissimo calore da parte del pubblico. Un autore come Bernhard, in Italia, ha difficoltà ad essere venduto nei teatri se non ha un nome di richiamo molto forte, in quanto viene considerato complesso, negativo. Siccome volevo che lo spettacolo fosse visto da più persone possibili ho deciso, allora, di inserire me stesso nel ruolo del protagonista, sfruttando la mia notorietà televisiva e cinematografica. Sono così riuscito ad armare un’operazione che mi sta dando molte soddisfazioni, anche dal punto di vista commerciale, cosa per me molto importante: conoscevo le qualità del testo di Bernhard, ma ero convinto che potesse piacere anche ad un pubblico non strettamente teatrale e questo, fortunatamente, sta avvenendo.

Cosa, di questo testo di Bernhard, l’ha chiamata tanto da farsi mettere in scena?

Bernhard pone sempre i suoi protagonisti, i suoi personaggi, di fronte a scelte importanti, a mete irraggiungibili. Nel caso de La forza dell’abitudine il protagonista, il direttore Caribaldi, tenta disperatamente di raggiungere una perfezione che già sappiamo, all’inizio della storia, essere impossibile da ottenere. Questo lo rende un personaggio grottesco, comico, tenero, violento nei metodi ma del quale, onestamente, condivido quasi tutto, e che mi sta molto simpatico.

Lei ad un certo punto, nelle note di regia, parla di un suo sentirsi molto vicino a questo personaggio, di problematiche che la coinvolgono anche come attore...

Io credo che ogni attore che fa seriamente questo mestiere debba uscire in qualche maniera scontento dal teatro, dopo la propria esibizione. Nessuno di noi, neanche i più grandi attori, esegue in scena quello che immagina dentro di sé. Questa scontentezza, che Bernhard allarga ad un discorso molto più grande, il discorso della nostra sopravvivenza, della vita, mi interessava moltissimo. Io, come Caribaldi, vivo nella speranza che ogni replica che arriverà sarà la replica perfetta e so già che questo non avverrà mai. In questo mi ritrovo molto nelle parole di Bernhard.

Questa tensione verso la famosa recita ideale porta a che ogni sera lo spettacolo viva e non rimanga una riproduzione...

Assolutamente. Peraltro sono circondato da attori che amo molto, Sergio Meogrossi e Paolo Fosso, e dai quattro Colombaioni, componenti di una famiglia circense molto importante, nata alla fine del Settecento e che ha fatto della ricerca della perfezione il proprio mestiere. Non a caso Bernhard colloca la sua commedia in un circo: i circensi vivono provando i loro esercizi nella matematica, tormentata ricerca di una perfezione che a volte quasi raggiungono. Giancarlo e Walter Colombaioni mi raccontavano che, con i loro fratelli, provarono, quando erano giovani, un numero di acrobazie per quasi otto anni, un numero che durava quattro minuti e che sono riusciti a portare in scena soltanto per un anno e mezzo, perché poi erano cambiati i pesi, le età, la forza. Nessuno meglio di loro conosce questa preparazione estrema, quasi militare che il circo impone.

Mi viene da pensare, adesso, che questo provare per otto anni un numero e poi farlo per un anno e mezzo è forse più una sfida con sé stessi che con il pubblico, con il numero stesso...

Io dico sempre che questo spettacolo lo faccio molto per me stesso. Mi fa molto piacere che piaccia al pubblico, ci mancherebbe, noi lavoriamo per il pubblico. In questo caso la percentuale di egoismo è molto alta perché è veramente un gusto molto personale. Io posso capire come Bernhard sia un autore che divida il pubblico, succede che ci sia gente che viene a vedere il nostro spettacolo e che non sia d’accordo, magari non capisca o non ami questo tipo di scrittura. C’è, al contrario, una grande fetta di pubblico che lo ama: è un autore che piace soprattutto ai giovani e questo mi fa molto piacere, anche perché sappiamo qual’è la difficoltà di portare i giovani a teatro e questo spettacolo, fortunatamente, ci sta riuscendo.

Non è un autore tranquillo, comodo, un autore che mette in discussione, passa anche un po’ di più ad un pubblico giovanile...

Forse sì, forse perché ha una struttura di racconto non banale, non ha un inizio, non ha una fine, i suoi racconti non hanno una trama vera e propria, sono dei monologhi reiterati che poi rappresentano sempre, in ogni spettacolo, grossomodo le stesse tipologie di personaggio. Chi conosce Bernhard riconoscerà anche in questo spettacolo altri personaggi suoi...

Io pensavo a Il riformatore del mondo, che ho visto con Gianrico Tedeschi... Questo suo approccio con un personaggio, magari da un punto di vista caratteriale anche vicino, ma per età, per fisico lontanissimo, come è stato, quali difficoltà ha incontrato?

In realtà non tante, perché l’utilizzo del trucco cinematografico, realistico il più possibile, è stato per me come una maschera, una sorta di difesa. Era inevitabile che utilizzassi trucchi per questo spettacolo perché il personaggio viene descritto come un anziano ed è giusto che lo sia. E’ un lavoro tecnico che non avevo mai fatto e che mi ha insegnato molte cose. Mi trovo molto a mio agio in un personaggio di un’età diversa. Peraltro ti dà la possibilità di ricerca su note, su colori, pause, forze diverse. E’ una bellissima sfida tutte le sere...

Lei riesce veramente a sentirsi il Caribaldi di settanta e più anni, con questa sua complessità, ogni sera in scena?

Recitare il ruolo di un uomo che ha difficoltà nel muoversi, nel deambulare, che ha problemi di reumatismi, è molto faticoso perché uno utilizza parti del corpo in maniera diversa e quindi alla fine è faticoso, alla fine sono stanco come se avessi veramente quell’età lì. Sono abbastanza distrutto alla fine dello spettacolo. Abbiamo avuto in alcune città doppi spettacoli ed è stata veramente una prova massacrante: il secondo spettacolo, dov’ero veramente stanco, era devo dire bellissimo, perché non arrivavo quasi alla fine delle battute...

Più autentico di un autentico Caribaldi...

Era proprio neorealismo...




 


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